l’Isolo a Verona. È visibile a sinistra la ciminiera della Borsalino.

Del fallimento della Borsalino si è occupata la cronaca recente. Nel 1880 una filiale dell’azienda alessandrina fu aperta a Verona nella zona dell’Isolo ma l’alluvione del 1882 mise in ginocchio la produzione dei copricapi.
Il 14 dicembre dell’anno appena concluso il tribunale di Alessandria potrebbe aver messo la parola fine alla storia della Borsalino SpA, l’azienda conosciuta in tutto il mondo per i cappelli, con una sentenza che ha fatto molto discutere: il fallimento della società, presumibilmente collegato alla vicenda giudiziaria di Marco Marenco.

Fondata ad Alessandria da Giuseppe Borsalino nel 1857, il cappellificio ebbe anche una parentesi veronese perché una filiale nacque sull’Isolo nel lontano 1880. A Verona la produzione di copricapi non era una novità: agli inizi del 1500 c’erano i berrettai a cui subentrarono piano piano già sul finire di quel secolo i capelari, che venivano soprattutto da Milano e che si insediarono per la maggior parte all’Isolo. Il laboratorio della Borsalino sull’Adige creava prodotti dalla lavorazione semplice e dedicati all’esportazione. Sorgeva alle Seghe, pressapoco all’altezza di via Porta Organa, un’isola nell’isola circondata dal canale dell’Acqua Morta da un lato e da un altro piccolo canale dall’altro: si trovava, perciò, su quello che era detto l’Isolo di sopra, che dalla Giarina arrivava fino a quella che oggi è via Carducci.

Il cappellificio Borsalino a Verona
Incontriamo Umberto Calafà e Raffaello Vinco, appassionati di storia veronese, davanti alla Chiesa di Santa Maria in Organo. Il padre di Umberto si ricordava dei cappellai alle Seghe e ha tramandato il ricordo al figlio: «Mio padre mi parlava di quando qui di fronte c’erano le fabbriche, le segherie e anche i cappellifici. L’Isolo era, in quel tempo, una zona strategica della città, un luogo dove la forza dell’acqua poteva essere sfruttata per molte attività».

«Se pensiamo a quegli anni – racconta Vinco – qui dobbiamo immaginare un’isola fluviale, operosa, piena di fabbriche e di case, intervallate dagli stretti vò che scendevano sull’Adige fino a pelo dell’acqua, i carichi di legname che arrivavano da Nord e venivano lavorati nelle segherie, gli opifici azionati dalla forza idraulica, il via vai delle lavandaie, il lavoro dei macellai e dei conciai, le botteghe degli intarsiatori».

Considerato che o siur Pipencome era chiamato Giuseppe Borsalino – era decisamente un imprenditore all’avanguardia, proiettato sul commercio con l’estero fin dagli inizi, non stupisce che abbia pensato a Genova e a Verona per espandere la propria attività. La prima era città portuale per eccellenza mentre la seconda, proprio sull’Isolo, ospitava la Dogana Veneta da cui passavano le merci che risalivano l’Adige verso il Nord Europa.

L’inondazione del settembre 1882 assesterà un duro colpo allo stabilimento veronese della Borsalino, danneggiando fortemente le macchine, come riporta l’Arena del 25 settembre 1882 nella cronaca di quei giorni terribili: “dello stabilimento cappelli molto guaste le macchine”, “gravi danni alle Seghe”, “caduto il ponte di legno che collegava la fabbrica di cappelli a via Seminario”.

Gli annuari della città di Verona testimoniano la presenza del cappellificio fino al 1889.

 

Laura De Carli

Tratto da Verona IN del 9/2/2018

Tratto da: Verona in