Ricorda nei dettagli quel giorno, il 16 marzo 1978, ieri come 40 anni fa. Perché segnò un prima e un dopo nella storia italiana del secondo dopoguerra. Scritta con la violenza e il sangue. «Quella mattina il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia e c’ero anch’io, all’epoca sottosegretario alle finanze. Arrivò la notizia del rapimento, alle ore 9, dell’onorevole Aldo Moro, allora presidente del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana. Tutti restammo senza parole, anche se da anni i terroristi stavano già uccidendo. Cominciò un periodo buio, drammatico, che culminò nel suo assassinio il 9 maggio».Così il veronese Enzo Erminero, 87 anni, imprenditore, deputato dal 1968 al 1979 e sottosegretario, per la Dc, e sindaco di Verona negli anni 1993-1994, rivive quelle ore. Quando un nucleo armato della Brigate Rosse sequestrò Aldo Moro a Roma, in via Fani, uccidendo Francesco Zizzi, Giulio Riviera e Raffaele Jozzino, l’appuntato Domenico Ricci e il maresciallo Oreste Leonardi, gli uomini della scorta.C’erano tra gli altri in Parlamento in quel periodo per la Dc i veronesi Gianni Fontana, Valentino Perdonà, Vittorino Colombo, Roberto Prearo, Guido Gonella, quest’ultimo successore di Moro alla presidenza nazionale della Dc. Erminero, laureato in scienze politiche all’Università Cattolica di Milano, era particolarmente legato da decenni a Moro – giurista, presidente del Consiglio, ministro – essendo proprio dell’ala «morotea» della Democrazia cristiana.«Negli anni 1959 e 1960 mi occupavo, a Roma, della scuola di formazione politica della Dc, quando Aldo Moro era segretario nazionale del partito», racconta Erminero, «e nei primi anni ’60 fui segretario provinciale della Dc. Essere della corrente morotea significava schierarsi su una posizione di democrazia totale, cercando di allargare il più possibile la base democratica». Questa strada fu imboccata dalla Dc in particolare con Moro. «Non era facile. Ricordo che c’era da parte della Chiesa cattolica il “non expedit” verso il Partito comunista», prosegue Erminero, «che era legato all’Unione Sovietica. E la Germania Est era legata all’Urss. Passi, a livello internazionale e in Italia, comunque furono compiuti. Nel 1975 era stato firmato il Trattato di Helsinki», una base per tentare di migliorare le relazioni tra occidente e blocco dei Paesi comunisti, «e c’era stato un disgelo, tra Dc e Pci. A fine anni ’70 era in atto un passaggio verso una reciproca legittimazione di un’opposizione democratica», precisa, «quindi non era un accordo politico. In precedenza la Dc governò con il Partito socialista, senza i comunisti».Fu una stagione politica, quella del centrosinistra, a Verona già inaugurata. «Ciò negli anni ’60 con il sindaco Renato Gozzi, anche con il Psi, e poi, pure con lui, nella seconda metà degli anni ’70, con una gestione istituzionale dell’Amministrazione con i comunisti. Che però non erano nella compagine di maggioranza. Ricordo che il Pci era al 30 per cento, in Italia».La Brigate Rosse colpirono un uomo simbolo del potere democristiano, Aldo Moro, proprio colui che tesseva fili con il Pci di allora, guidato da Enrico Berlinguer. «Gli uomini nel mirino erano Andreotti, Fanfani e Moro. Erano anni terribili, i ’70. Le Brigate Rosse avevano già agito molto duramente, uccidendo tante persone tra cui molti uomini delle forze dell’ordine. E pensare che, come reazione al Sessantotto, gli anni ’70 furono caratterizzati da risultati molto positivi sul fronte dei diritti civili e dello Stato sociale. Penso allo statuto dei lavoratori e all’articolo 18 sul quale, lo ricordo, il Pci si astenne. Grandi riforme anche nella sanità, nell’università, nel diritto di famiglia. E Moro», spiega ancora Erminero, «era stato uno dei grandi protagonisti di questa stagione riformista e di allargamenti di diritti per i cittadini».Fu però sequestrato, e poi assassinato dalle Br, il democristiano leccese Aldo Moro. Ma Erminero sarebbe stato favorevole alle trattative, con i brigatisti rossi? «È difficile rispondere. Io ero molto vicino a Moro. Va detto però che subito non si sapeva dove fosse, dopo il rapimento, e ci furono comunque appelli e tentativi di trattare. E l’appello di Paolo VI. Dall’altra parte c’era però un gruppo combattente, le Br, che aveva ucciso tante persone per mano di uomini e donne che negli anni successivi, dopo aver scontato la pena, sono andati in giro a dare lezioni di vita…E ci sono ancora familiari di persone uccise», fa notare Erminero, «come gli agenti delle scorte, di cui nessuno si ricorda e che vanno rispettati».Quarant’anni dopo è impossibile secondo Erminero tracciare un parallelo tra la situazione politica di allora e quella odierna. È però possibile e anzi doveroso, per lui, raccogliere l’eredità morale, culturale e politica di Moro. «Quella di Moro fu la grande battaglia politica per il regime democratico», conclude Erminero, «senza mai mollare. Era l’impegno per far esprimere la persona umana in tutta la sua valenza, nel solco del personalismo comunitario del filosofo Mounier. Governare, per Moro, era una forma di servizio allo sviluppo. Quel 16 marzo 1978 «fu colpito l’uomo simbolo di questi ideali, Aldo Moro».

Tratto da: l'Arena - cronaca - pag.25

Data: 17/03/2018

Note: E.Giardini