Corso Umberto (il futuro corso Porta Nuova) con l'aiuola centrale coltivata a frumento: è il 1943 e Verona contribuisce all'autarchia

RICORDI DI CITTÀ. Il professore e storico Maurizio D’Alessandro ha scovato e catalogato foto degli anni del secondo conflitto scattate dal padre Ugo morto 50 anni fa
In corso Umberto, futuro Porta Nuova, c’erano i «campetti» figli dell’autarchia. E d’inverno il fiume si trasformava in pista. In piazza Erbe passava la «filovia». E a testimoniare le devastazioni della guerra, le immagini di ponti crollati e case distrutte

Una Verona inedita, che salta fuori da un cassetto di vecchie fotografie scoperte quasi per caso. Sono quelle fatte da Ugo D’Alessandro, militare di carriera scomparso 50 anni fa, trovate dal figlio Maurizio, che le ha sistemate (alcune erano stampate su vetro) e catalogate, mettendole a disposizione de L’Arena per condividerle con i lettori. «Mi è sembrato un bel modo per rendere omaggio alla memoria di mio padre scomparso mezzo secolo fa, a 69 anni, dopo una vita passata a servizio del Paese, tra cui una campagna d’Africa e varie destinazioni nei fronti di guerra da cui tornò con la salute minata», racconta Maurizio D’Alessandro, appassionato di fotografia come il padre, docente e storico.Spulciando nella collezione fotografica del padre Ugo, il professor D’Alessandro si è imbattuto in aspetti anche curiosi della vita quotidiana a Verona in epoca bellica, come la foto dell’aiuola coltivata a grano in mezzo alle carreggiate di corso Umberto, poi ribattezzato Porta Nuova. In uno scatto del 1943 si testimonia uno dei contributi della città alla politica autarchica dell’epoca, quando l’Italia cerca di «fare da sola» sfruttando anche gli spazi verdi cittadini trasformandoli in campi coltivati. Un altro esempio è la foto della mamma ritratta davanti alla chiesa di San Tommaso, dove si nota ancora una volta l’aiuola coltivata a frumento.Uno degli scatti fotografici del 1942 immortala una giornata di gennaio con l’Adige completamente ghiacciato su cui camminano (o slittano per divertimento) alcune persone. La foto è scattata sotto ponte Umberto, bombardato con gli altri ponti nel 1945, che diventerà dopo la ricostruzione ponte Nuovo. Altre foto mostrano l’ormai distrutto ponte Umberto prima ridotto a passerella e poi nella fase della ricostruzione. Altre immagini della stessa epoca testimoniano la desolante devastazione di ponte Pietra, che sarà ricostruito quasi uguale negli anni successivi, e le macerie di ponte Navi.La guerra è il filo conduttore di questa pagina di memorie fotografiche che raccontano momenti di quotidianità e drammatiche devastazioni, come la foto di una parte delle case di lungadige Matteotti distrutte dai bombardamenti. Ma ci sono anche istanti di vita quotidiana, come una piazza Erbe, avvolta nella nebbia invernale, dove si nota il passaggio dei tram alimentati ad elettricità, mezzi ecologici del 1944, come ecologiche erano le rustiche coperture dei banchetti della piazza, dei teli in pesante juta che probabilmente molti veronesi non proprio più giovanissimi ancora ricordano.Un’altra storia è quella raccontata dalle immagini della chiesa bombardata di San Sebastiano, quella che stava accanto all’attuale Biblioteca civica e di cui è rimasto solo il campanile. Finita la guerra, la facciata venne recuperata e trasferita a San Nicolò all’Arena diventandone a sua volta la nuova facciata che è quella che si vede tutt’oggi. Altra immagine curiosa è quella del ponte di Castelvecchio murato da una parete di cemento in epoca bellica per non far passare i carrarmati e i mezzi nemici. Scopo vanificato proprio il 25 aprile, quando i Tedeschi in fuga fecero saltare 11 ponti su 12 nonostante precisi accordi con i reparti partigiani. Della ricostruzione si occuparono il professor Piero Gazzola, soprintendente ai monumenti di Verona che decise la ricostruzione del ponte, e l’architetto veronese Libero Cecchini con il contributo specialistico di storici, archeologi, ingegneri, docenti universitari, e diversi esperti e tecnici. Scatti non professionali ma efficaci, che raccontano una Verona ferita dalla guerra dove, tuttavia, cerca di trovare momenti di serenità, come la gente che si diverte a pattinare, con le scarpe, sull’Adige ghiacciato, fenomeno molto raro ormai, se non quasi sconosciuto negli inverni del dopoguerra. Segno dei cambiamenti climatici? Forse, come la nebbia che ormai compare di rado in città da qualche anno a questa parte.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 14

Data: 6/08/2018

Note: ELENA CARDINALI