FOTOSERVIZIO GIORGIO MARCHIORI

LA PIAZZA. Celebrazione affollata per il centenario della fine della prima Guerra Mondiale e la festa delle Forze Armate
Il sindaco: «Consegniamo agli studenti l’orgoglio di essere cittadini e italiani». Il prefetto: «Il sacrificio di tanti chiede rispetto». Il comandante Tota: «Dobbiamo esserne degni»
PAOLO MOZZO
Finiva il 4 novembre, un secolo fa. Nei libri di Storia è la Grande Guerra: 10 milioni di morti. Per l’Italia 651mila caduti, 590mila vittime civili. L’«inutile strage», nella lettera che papa Benedetto XV scrisse nel 1917 ai capi delle potenze belligeranti. Cent’anni più tardi piazza Bra, tra nuvole, sole e vento, raccoglie la folla come mai in passato. Effetto anniversario e anche del «ponte» che ha convogliato migliaia di turisti in città. «Non celebriamo ma commemoriamo, ed è qualcosa di profondamente diverso», osserva il generale di Corpo d’Armata Giuseppenicola Tota, comandante delle Forze terrestri di supporto di stanza in città. «Dal Grande Conflitto uscì più definita l’identità nazionale, sorretta dallo sforzo delle donne che presero il posto degli uomini nel reggere il Paese. Ricordare è importante, perché di lì venne un’Italia migliore. Ne siamo degni?». L’interrogativo resta sospeso.IL PIAVE. La colonna sonora, affidata alla Banda delle Scuola Trasporti e materiali dell’Esercito, segna le tappe della cerimonia. «La canzone del Piave», «Monte Grappa» e il «Silenzio fuori ordinanza» per il Milite Ignoto (Medaglia d’oro al Valore militare) strappano applausi. Mancano i giovani, quelli che arriveranno verso il mezzogiorno per lo «spritz». Il sindaco Federico Sboarina rende onore alle Forze Armate, parla di terrorismo «non ancora sconfitto» e delle misure di controllo che anche Verona prevede ormai da tempo. «Ma è anche importante», conclude, «l’iniziativa dell’alzabandiera con gli studenti, realizzata con il Comfoter grazie alla sensibilità del generale Tota: un modo per promuovere in bambini e ragazzi il senso di appartenenza alla Patria e al Tricolore come simbolo che ci identifica, l’orgoglio di essere veronesi e italiani. Per i tanti che hanno perso la vita per permetterci di essere ciò che siamo, una grande città e una grande nazione».NOMI E VOLTI. I loro nomi, spesso sconosciuti, sono raccolti nella mostra «Volti dal Fronte», alla Gran Guardia: centinaia di persone, silenziose, attraversano l’atrio di Palazzo Barbieri. Firme vergate in calligrafia, copricapi, lettere, documenti ufficiali, oggetti su cui si legge il segno del passato, di un sacrificio accettato, nelle trincee e sotto le slavine e i colpi sulle linee del Trentino, dal Col di Lana alla Marmolada e oltre. «Il sangue di quei caduti ha fatto l’anima del Paese», osserva il prefetto, Salvatore Mulas. «Il sacrificio di tanti giovani che si sono immolati per la Patria, per farla crescere libera e democratica, richiede riflessione, onore e rispetto, vuole memoria». Ne siamo degni, come dice il generale Tota? Viene alla mente la scena finale di «Salvate il soldato Ryan», quando il capitano Miller (Tom Hanks), morente mentre arriva la salvezza, dice al giovane che gli sopravviverà: «Meritatelo!». Mulas ricorda («Da sardo», specifica) il sacrificio del sottotenente Alberto Riva di Villasanta, ultimo caduto italiano, il 4 novembre del 1918.La piazza del centenario della Grande Guerra è piena di militari ma è anche forse la meno «militarista» immaginabile. «Sforziamoci di migliorare questa nostra Europa», esorta Roberto Pellegrini, presidente delle Associazioni d’Arma veronesi. Cita Primo Levi: «Coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo». Il passato prossimo è ancora il nostro presente, dice il sindaco Sboarina «perché il terrorismo non è sconfitto e lo si vede anche nel presidio militare quotidiano di questa piazza». Ricorda Enrico Frassanito, carabiniere, morto nell’attentato di Nassiriya nel 2006 e l’alpino Manuel Fiorito caduto pochi giorni dopo in Afghanistan. L’applauso è lungo e non «comandato».GIOVANI. C’è l’ufficialità, con il gonfalone di Verona, medaglia d’oro al Valor militare accolto dagli applausi al pari dei labari delle associazioni d’arma che sfilano con gli onori. E ci sono giovani, anche se non dietro le transenne. Quelli che calcano il porfido della piazza sono studenti delle medie «Fincato Rosani» e del liceo «Scipione Maffei». Ricevono il tricolore come un’onorificenza. I tre colpi di obice 105/22 a salve che chiudono la manifestazione li sparano loro. C’è l’odore acre dell’esplosivo, lo stesso botto assordante di morte che risuonava sulle trincee e sulle creste delle montagne un secolo fa. È il rumore della memoria, l’unico antidoto conosciuto per neutralizzare ogni altra «inutile strage». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Tratto da: L'arena giornale di verona

Data: 5/11/2018