Monsignor Bruno Fasani, 71 anni, prefetto della Biblioteca Capitolare, la più antica al mondo, con un codice. È anche direttore del periodico nazionale degli alpini, 360.000 copie

Il prefetto della Biblioteca Capitolare: «Custodiamo la prima copia del “De Civitate Dei” di sant’Agostino. Qui venne Dante, qui Petrarca scoprì le “Lettere” di Cicerone. Spiace che il sindaco indichi “la tetta” di Giulietta come motivo principale per visitare Verona»
Monsignor Bruno Fasani, 71 anni, prefetto della Biblioteca Capitolare, la più antica al mondo, con un codice. È anche direttore del periodico nazionale degli alpini, 360.000 copie

(…) al liceo classico Scipione Maffei, protagonista di un’aggressione antisemita inventata per non perdere il posto da docente di religione, al quale riservò un trattamento tanto rude da indurre l’allora senatore ulivista Luigi Viviani a schierarsi dalla parte del falsario. Fino al litigio in diretta televisiva con il vescovo Giuseppe Zenti, che gli revocò l’incarico di suo portavoce.Era scritto nelle stelle che don Fasani creasse scompiglio nei mezzi d’informazione, così chiamati forse perché pubblicano solo mezze informazioni. Il monsignore editorialista incarna l’insegnamento di Graham Greene, romanziere protestante convertitosi al cattolicesimo: «Se non avete mai detto nulla che dispiaccia a qualcuno, è segno che non avete sempre detto la verità».Appena ordinato prete, 45 anni fa, lo mandarono a fare il curato nella parrocchia di Borgo Venezia, dove sono nato. Lì lo conobbi e posso testimoniare che già allora parlava come un libro stampato. Mi pare pertanto del tutto naturale che ora sia il prefetto della Biblioteca Capitolare, la più antica esistente al mondo dopo la distruzione di quelle di Pergamo e Alessandria d’Egitto.
È sicuro di questo primato?
Arcisicuro. Basterebbe il codice di Ursicino, l’unico che riporti una data certa: 517 dopo Cristo. Ma fra i nostri 100.000 volumi abbiamo 1.300 codici che partono dall’anno 300. Fu possibile salvarli perché Verona non venne distrutta dai barbari, che qui piantarono casa.
Quali sono le altre più antiche? La seconda è quella di Santa Caterina nel Sinai, che ha qualche centinaio di anni in meno. Seguono San Gallo in Svizzera e Salisburgo in Austria.
Come fecero i vostri tesori a scampare a due guerre mondiali e a un bombardamento aereo? Durante la prima guerra furono trasferiti a Firenze. Durante la seconda in parte furono nascosti in Cattedrale e in parte nella soffitta della canonica di Erbezzo.Perché si scelse una località di montagna?Perché Wolfgang Hagemann, un ufficiale tedesco che nel 1933 era venuto in Capitolare a preparare la sua tesi di laurea e che poi era tornato in Italia come interprete del generale Erwin Rommel, consigliò al prefetto monsignor Giuseppe Turrini di portarli in Lessinia, sicuro che le truppe naziste in ritirata verso la Germania non sarebbero transitate da lì.
La Capitolare è solo la biblioteca più antica? Fino al 1700 è stata anche la più importante al mondo. Oggi è pure la più povera. Non riceve alcun aiuto, né dallo Stato, né dalla Regione Veneto.
E dal Comune? Unicamente un piccolo contributo annuale per renderla frequentabile dalle scolaresche. Mi spiace che il sindaco Federico Sboarina dai microfoni di Rtl 102.5 abbia indicato ai turisti tre motivi principali per visitare Verona, senza che fra questi figurasse la Capitolare.
Immagino che il primo fosse l’Arena. No. Il primo secondo lui è la Casa di Giulietta, che presto disporrà di un accesso più comodo per arrivare a strusciare «la tetta», testuale, della statua di Nereo Costantini. Il secondo è la funicolare di Castel San Pietro. Il terzo sono le chiese oltre il fiume, quelle della «Verona Jerusalem minor».
Scipione Maffei, che in Capitolare mise le mani sull’unica copia delle Istituzioni di Gaio, si sarà rivoltato nel sarcofago. Idem Francesco Petrarca, che nel secolo XIV vi rinvenne le Lettere di Cicerone. E penso anche Dante, che qui espose la famosa Quaestio de aqua et terra nel 1320.
Altri pezzi unici affidati alla sua custodia?La prima copia del De Civitate Dei di sant’Agostino, trascritta con tutta probabilità intorno al 426 dopo Cristo, a Ippona, vivente l’autore. E ancora l’Evangeliarium purpureum, del V secolo, così chiamato perché fu imbibito nella porpora, che a quell’epoca costava l’equivalente di 20.000 euro l’etto. Quando lo aprì, san Bernardino da Siena scoppiò a piangere, perché dentro ci vide Dio. E poi l’Indovinello veronese, il più antico documento del volgare italiano.
Come arrivò fino a Verona? Si tratta di un orazionale mozarabico, in uso nella Chiesa di Spagna nella seconda metà del VII secolo. Giunse nella nostra città dopo essere passato da Cagliari e da Pisa. L’ignoto copista scrive in cima al foglio: «Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba». A Verona si parlava così 1300 anni fa.
È meglio se lo traduce, questo Indovinello.
L’interpretazione più accreditata è quella che si basa sui doppi sensi. «Parava davanti a sé i buoi», cioè le dita della mano, «arava i bianchi prati», ossia le pergamene, «teneva un bianco aratro», la penna d’oca, «e seminava la nera semente», l’inchiostro. In altre parole, l’amanuense descrive il proprio lavoro.

Tratto da: L'Arena -

Data: 4/08/2019