La serata areniana dell'11 agosto scorso con Ezio Bosso alla direzione dei «Carmina Burana» di Orff

LUTTO. È scomparso a 48 anni il pianista e compositore che aveva saputo commuovere il mondo

L’anno scorso aveva entusiasmato il pubblico e voleva tornare con la IX Sinfonia di Beethoven «L’Arena fa la storia di quelli che possono esserci».

Un’energia misteriosa e contagiosa, capace di trasformare uno spettacolo in un appuntamento con l’arte nella sua dimensione più alta e insieme umanissima. Quando veniva issato dalla sua carrozzina al predellino del direttore, Ezio Bosso si trasformava. Alzava la bacchetta e accendeva la musica dando tutto se stesso. Capace come pochi altri di portare il pubblico insieme a lui in un viaggio meraviglioso. Assistere a un suo concerto era per questo un’esperienza unica, perché ci si rendeva conto di quanto amore lui trasmettesse ai suoi musicisti, senza concedersi pause, senza mai accontentarsi. Così era stato anche lo scorso anno quando per la prima volta era salito sul palcoscenico areniano per dirigere i «Carmina Burana» di Carl Orff, travolgendo l’anfiteatro stracolmo. E poco prima di salutare la folla in visibilio era stato lui stesso ad annunciare il suo ritorno in Arena per questa estate 2020 alla guida della IX Sinfonia di Beethoven. Travolto da un applauso che non voleva finire, che significava insieme grazie e ci saremo, perchè da quel concerto di Ezio Bosso, come da tutte le sue esibizioni, ciascuno era uscito con il cuore toccato, come capita davanti alla bellezza. Bosso, scomparso all’età di 48 anni dopo una lunga lotta contro la malattia, alla quale non aveva mai ceduto (pur costretto a smettere di suonare il pianoforte aveva continuato a dirigere) viveva di musica. E in questo periodo di forzata reclusione gli era mancato tantissimo il contatto (quello vero, fisico) con i suoi musicisti. Nato a Torino il 13 settembre 1971, si era avvicinato alla musica fin da bambino, aveva già calcato i maggiori palcoscenici internazionali quando nel 2011, a seguito di un intervento per l’asportazione di una neoplasia, aveva sviluppato una sindrome autoimmune. Nonostante la malattia, aveva continuato a suonare, dirigere e comporre. Era diventato popolarissimo quando nel 2016 fu invitato da Carlo Conti come ospite d’onore al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston Bosso eseguì «Following a bird», composizione contenuta nell’album «The 12th Room», che dopo quell’esibizione, applauditissima, finì subito in classifica. «Sul palco sono senza spartito, faccio tutto a memoria. Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritti, primi e secondi violini, violoncelli, bassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, percussioni, io li ho davanti, per me è un contatto visivo, dirigere con gli occhi, con i sorrisi, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene», aveva detto colpendo al cuore il pubblico.Quanto alla sua esibizione areniana aveva ammesso: «Andare all’Arena è un gesto ricco di commozione, che fa la storia di chi c’è potuto essere e non è solo andare a un concerto, se ci pensate. Una responsabilità ancora più evidente per me, anche se la metto sempre in ogni cosa che faccio». Lo aveva detto con umiltà e serietà. Lo aveva detto – vorremmo azzardare – con la sua gentilezza, proprio nel senso stilnovistico di nobiltà d’animo. Quella che mostrava nell’attenzione per i compagni musicisti e per il pubblico. «La musica è per tutti perchè annulla la grammatica delle lingue e ne forma una valida per ognuno di noi». Ecco, questo era Bosso, qualcuno che sapeva parlare a tutti perchè conosceva la grammatica dell’anima. La praticava con rispetto e spesso con autoironia. «Essere leggeri, prendersi in giro», diceva, «è una cosa seria». La sua calviniana leggerezza alla Cavalcanti, ancora a proposito di Stilnovo.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 22

Data: 16/05/2020

Note: Alessandra Galletto