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L´ITINERARIO. Gravi problemi di staticità per il campanile settecentesco della chiesa dedicata a San Fermo in Braida: la struttura in tufo cede sotto i colpi dell´incuria.
L´elegante manufatto in tufo, in stile neoclassico, sopravvissuto alle bombe, ora necessita di un´urgente opera di restauro.

 

Ricca di storia e interessante anche sotto il profilo artistico la chiesa nota come quella dei Filippini, edificata nel XVIII secolo nell´omonimo quartiere a ridosso dell´Adige, sta crollando a pezzi insieme al suo campanile settecentesco minato da seri problemi di staticità. A conoscere questo capitolo di storia veronese che si sta sgretolando sotto il peso delle intemperie e anche dell´incuria, andiamo accompagnati dal parroco don Massimo Malfer, che è anche maestro di campane, con Nicola Patria e Matteo Padovani della Scuola campanaria veronese, e con Mario Patuzzo autore di libri sulla storia di Verona.
ENTRIAMO nell´edificio sacro raggiungendo la cappella, a destra dell´altare maggiore, dove è conservata la pietra che, secondo la tradizione, fece da base per il martirio dei santi Fermo e Rustico, ai quali è intitolata la chiesa. Da qui si passa per l´oratorio e si raggiunge la camera di suono, al! la base del campanile. Spiega, don Malfer, che tutto l´edificio soffre di seri problemi di staticità, con le parti in tufo che si stanno sgretolando. «Abbiamo fatto un programma globale di restauro per il campanile e la facciata ma non abbiamo fondi», precisa, «e continuano a cadere pezzi da tutte le parti. Due anni fa sono venuti i vigili del fuoco a picconare le parti pericolanti del campanile, imponendo poi la sistemazione di reti di sicurezza a una certa altezza per evitare pericoli ai passanti. Purtroppo nessuno si fa avanti per finanziare i lavori e il degrado avanza».
UNA BOMBA caduta sull´altare alla fine dell´ultimo conflitto mondiale causò un pesante contraccolpo anche al campanile. «Vent´anni fa venne effettuato un intervento conservativo», aggiunge don Malfer, «ma insufficiente per sanare la situazione. Anzi, per certi versi, ha peggiorato le cose». Salendo 36 scalini ci troviamo in una cappellina il cui soffitto è stato d! anneggiato dalla caduta di uno dei massi tufacei staccatisi da! l campanile. I calcinacci accumultati sul pavimento indicano l´urgenza di intervenire sulla struttura.
SALIAMO altri 88 scalini e ci troviamo nella cella campanaria, in stile neoclassico di fine Settecento. Anche qui lo sguardo cade subito sui mucchi di tufo sbriciolato sul pavimento. Il campanile, alto 35 metri, decorato con eleganti colonne con capitelli ionici e motivi architettonici, sopravvissuto alle bombe, rischia di collassare sotto il peso dell´oblìo. Le quattro balaustre della cella, con colonnine neoclassiche, parlano di uno splendore ormai passato così come la bella cuspide a cipolla
IN ORIGINE sul campanile dei Filippini c´erano tre campane fuse dalla ditta Cavadini nel 1865. Su questi primi tre bronzi imparò a suonare Pietro Sancassani (1881-1972) il più grande maestro dell´arte campanaria a sistema veronese. Dal 1892 fino al 1940 operò una squadra locale da lui fondata, la quale confluì poi nell´attuale Sant´! ;Anastasia. Il numero delle campane, negli anni ´30 venne portato a sei, aggiungendovi tre campane minori. Poco dopo, però, si decise la totale rifusione del complesso. Le tre campane più piccole finirono (e sono tutt´ora) sul campanile di Porto San Pancrazio. Ai Filippini, dunque nel 1933, si ebbe così l´attuale concerto a sei voci, in tonalità di Sol maggiore, la cui campana più grossa pesa 500 chili.
IL PANORAMA che si ammira da qui è amplissimo: lo sguardo spazia dall´Adige al colle di San Pietro, dal centro storico con le sue torri e i campanili fino all´università.22 – continua

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 3/02/2013

Note: CRONACA – Pagina 21