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Scoprire, o riscoprire alcuni luoghi più o meno noti della nostra città attraverso le parole degli autori che, nei secoli, sono rimasti incantati dalla sua bellezza e a Verona hanno dedicato poesie, racconti, riflessioni. È un piccolo gioco quello che proponiamo in questa nuova puntata delle pagine dedicate al tempo libero dei veronesi.  

Un gioco che abbiamo provato noi stessi, rispondendo alla proposta di due giovani, Francesco Mazzai, guida turistica, e Paolo Lampreda, consulente informatico, che hanno fondato il marchio Play the city: un’idea, diventata poi anche business (di loro ha parlato anche il Sole24Ore, per dimostrare come la cultura, a volte, paga), per visite guidate ai centri storici pensate in un modo nuovo, capace di rendere i partecipanti i protagonisti della scoperta. 
Ed ecco allora, ad esempio, l’invenzione della caccia al tesoro alla scoperta-riscoperta appunto di luoghi e monumenti, e di qualche partico! lare inedito, meno facile da cogliere. Per giocare a questa caccia al tesoro culturale servono due, tre ore libere, da spendere passeggiando tra la storia e l’arte della nostra città. Gli indizi li trovate di seguito, nelle parole degli autori citati.
GIARDINO GIUSTI. «Ed ecco dei meravigliosi viali bordati di cipressi subilimi. Hanno 500 anni e sono più alti dei campanili con la freccia. Scavano un lungo cammino pieno d’ombra e di mistero, una via stretta e profonda… D’un tratto, in cima, una loggetta si apre sopra una vista ammirevole, simile ad un accordo trionfale: Verona intera, improvvisamente offerta tra i cipressi, non è più una città ma un sogno umano». 
Parole di André Suarès, poeta e scrittore francese, che fece diversi viaggi in Italia tra il 1893 e il 1928, raccolti nello scritto «Le Voyage du condottière», apparso nel 1932 e diventato una guida originale quanto affascinante del nostro Paese. I cipressi che Suares descrive si trovano al ! Giardino Giusti: il poeta francese racconta di essersi perso n! el suo labirinto e di avere avuto così queste visioni. Provare per credere.
SANTA MARIA IN ORGANO. «Si crede a Verona che dopo l’entrata di Gesù a Gerusalemme, lui stesso donò la libertà all’asina che l’aveva trasportato. L’asina, dopo aver girato la Palestina, decise di intraprendere un viaggio…da Venezia risalì il corso dell’Adige fino a che giunse a Verona, luogo che scelse per il suo ultimo soggiorno». 
Lo scrive François Maximilien Misson, autore del «Nouveau Voyage d’Italie» (1687) che, stampato nel 1691 e tradotto in inglese, tedesco e olandese, per decenni fu tra i più usati libri di viaggio. Con queste parole ricorda la leggenda della statua lignea della muletta, una bella scultura del XIII secolo, con sopra il Cristo benedicente, che si trova nella chiesa di Santa Maria in Organo. Incuriositi dalla muletta – così era stata battezzata dai veronesi la statua – e dalle leggende che le erano nate intorno, visitarono la chiesa e il monastero ill! ustri stranieri fra i quali Montesquieu e Goethe. 
TEATRO ROMANO. «Su ‘l castello di Verona/ Batte il sole a mezzogiorno,/ Da la Chiusa al pian rintrona/ Solitario un suon di corno,/ Mormorando per l’aprico/ Verde il grande Adige va;/ Ed il re Teodorico/ Vecchio e triste al bagno sta./ Pensa il dí che a Tulna ei venne/ Di Crimilde nel conspetto/ E il cozzar di mille antenne/ Ne la sala del banchetto,/ Quando il ferro d’Ildebrando/ Su la donna si calò/ E dal funere nefando/ Egli solo ritornò./ Guarda il sole sfolgorante/ E il chiaro Adige che corre,/ Guarda un falco roteante/ Sovra i merli de la torre;/ Guarda i monti da cui scese/ La sua forte gioventú;/ Ed il bel verde paese/ Che da lui conquiso fu». Ma dove si trovava il leggendario castello di Re Teodorico, sul quale generazioni di studenti hanno fantasticato leggendo questa poesia di Carducci? Il castello, raffigurato sul sigillo di Verona, pare sorgesse sul lato est del Teatro Romano, a mezza costa del colle! poi denominato di San Pietro. Stando al sigillo che lo rappresenta ave! va la classica fattezza degli edifici bizantini.. Purtroppo l’attività edilizia che caratterizzò tutta l’area nel corso dei secoli ha cancellato quasi ogni traccia del palazzo. Ma visitando l’insieme del Teatro Romano e di Castel San Pietro è possibile almeno immaginare, con l’eco di Carducci, l’antica costruzione. 
DUOMO. «La facciata del Duomo è di un marmo color salmone…Bene, c’era un tramonto rosato quasi di fronte, a nord dell’occidente quel tanto che bastava per metter in rilievo gli ornamenti della facciata, grazie ad una piccola ombra in chiaroscuro..». «El tempio è grande… Son fate a corso le ornate figure, et a l’intrata mastra è dui grifoni che addosso colone ha de grande alture; E sopra quali posa et è fermato un archivolto de pietre intagliato…». 

Il primo testo è un passo dalle «Lettere alla madre» di John Ruskin, del 1869. Il secondo va più indietro nel tempo: è dal «Fioretto de le antiche croniche de Verona e de tutti i soi c! onfini e de le reliquie che se trovano dentro in ditta citade» di Francesco Corna da Soncino, siamo nel dicembre 1477. L’incanto del Duomo insomma è oltre il tempo. Così come, purtroppo, il malcostume di rovinare i monumenti con scritte. Piccola curiosità: guardate le colonne sopra i citati grifoni, troverete che un certo Zuane, writer settecentesco, su una di queste colonne ha inciso il suo nome con la data, 1716. 

 Alessandra Galetto

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 9/11/2014

Note: CRONACA – Pagina 23