IL GIORNO DELLA MEMORIA. Nel loggiato della Gran Guardia fino a domenica la mostra organizzata dai Figli della Shoah
Liliana Segre, tra i 20 superstiti: «Combattete oblio e indifferenza» L’appello dell’Aned ai giovani contro «ogni discriminazione»
La storia, emblematica e terribile, di oltre 600 persone, uomini, donne e bambini, che vennero prelevati dalle loro case e dalle loro vite e deportate, il 30 gennaio 1944, al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, partendo da un binario fantasma che si trovava sotto la stazione centrale di Milano, il cosiddetto Binario 21.
Soltanto 20 di quei 605 deportati si salvarono, per diventare testimoni di un orrore di cui l’Europa e il mondo, negli anni immediatamente successivi l’Olocausto, avrebbero voluto cancellare la memoria. E se dunque noi oggi possiamo conoscere la loro storia, e ricordare quanto accadde alla metà del secolo scorso nella civilissima Europa nell’assordante silenzio collettivo, là dove le ciminiere dei campi di sterminio fumavano dei corpi dei prigionieri uccisi dal gas, abbiamo, contemporaneamente al privilegio della conoscenza, il dovere della memoria.
È infatti, al di là della partecipazione emotiva, del sentimento di dolorosa commozione, questo preciso imperativo (quel «meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole» che scriveva Primo Levi in «Se questo è un uomo») che la mostra «Binario 21» fa avvertire allo spettatore.
«Dalla fine del 1943 all’inizio del 1945», spiega Roberto Israel, responsabile dall’Associazione figli della Shoah di Verona, da quel binario sotterraneo partirono altri 14 convogli, tutti carichi di uomini, donne e bambini, persone perbene con un desiderio di vivere la propria vita con gioia e trasformati in un’umanità sofferente e stremata, destinata alla morte nei campi di sterminio nazisti». La mostra risulta tanto più interessante dal punto di vista didattico ma anche tanto più drammaticamente suggestiva in quanto è divisa, anche fisicamente, in due parti: la prima, che è la parte che resta esterna, ripercorre le fasi della discriminazione razziale e della persecuzione antiebraica in Italia, dalla fine degli anni Trenta al ’43; poi si accede ad una parte interna, e lì si entra nell’orrore del campo di Auschwitz per leggere le testimonianze di alcuni deportati di quel tragico convoglio e dei loro familiari. In particolare, in questo modo, la mostra aiuta a comprendere la differenza tra i campi di sterminio e campi di concentramento.«Nei campi di concentramento venivano deportati detenuti arrestati per motivi ideologici, trasferiti poi nel lager, dove venivano registrati e inseriti nel sistema», spiega ancora Israel. «I campi di sterminio accoglievano ebrei che venivano dai ghetti o da adunate di massa: non più persone, solo oggetti da eliminare, destinati alle camere a gas. Se il primo caso, pur terribile, può appartenere ad una strategia di guerra che nella storia dell’umanità già si era vista, il secondo non ha precedenti nella storia dell’umanità: e la Shoah è esattamente questo».Esattamente quella banalità, ovvero assurdità del male che a una di quei deportati nel convoglio RSHA partito il 30 gennaio del ’44 dal Binario 21, Liliana Segre, 86 anni, deportata a 14, oggi presidente dell’Associazione Figli della Shoah, salvatasi dal campo di sterminio, fa dire: «Dobbiamo ora essere certi che molti di voi amici, vecchi e nuovi, raccogliate la fiaccola della Memoria e combattiate antisemitismo e indifferenza». Ed è in questa direzione che arriva l’«Appello dei superstiti dei lager nazisti nel 70° anniversario della Liberazione» che ieri l’Aned distribuiva a quanti visitavano il carro ferroviario utilizzato per le deportazioni esposto in piazza Bra. Nella convinzione che «la memoria degli anni terribili del ‘900 non deve morire insieme al ricordo dei superstiti» e chiedendo alle Istituzioni internazionali che «quei luoghi di dolore nei quali si è consumato lo sterminio nazista siano tutelati dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità», i superstiti si rivolgono «alle ragazze e ai ragazzi dell’Italia di oggi e di domani: combattete l’indifferenza e il conformismo, occupatevi della cosa pubblica, riconoscete e denunciate ogni segnale di razzismo, di discriminazione, di sopruso, di violenza…non permettete che di nuovo donne o uomini possano essere perseguitati per la loro origine, per le loro idee, per il loro credo».

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Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA -cronaca pag. 19

Data: 24/01/2017

Note: Alessandra Galetto FOTOSERVIZIO MARCHIOR