Mercoledì 31 gennaio 2018-  La montagna e i suoi fiori a cura di Ezio Etrari

Grazie ad Ezio Etrari per le fantastiche foto

prima parte

seconda parte

 

STELLA ALPINA

C’erano tanti funghi nel bosco: aveva piovuto a dirotto dopo la calura del luglio, e la terra ora sembrava ribollire tutta. E le bolle e le bollicine erano i funghi. Se ne vedevano di bruni e di biondi, di bianchi e di scarlatti, di grassi e di magri, di grandi e di piccini. Il verde del sottobosco era gradevolmente interrotto dal vivo intenso colore di mille fiorellini tra i quali, profumatissimi, risaltavano i ciclamini. Gli aghi degli abeti scuri e degli eleganti larici dall’aspetto Fiabesco, non facevano che tenue velo alla gran luce delle altitudini che entrava copiosa a rallegrare il sottobosco.

E venne la sera. La luna fece capolino dietro il profilo buio della montagna e, poco a poco, i suoi raggi d’argento vennero a illuminare il bosco. Meno male, finalmente un po’ di umidità gracchiavano i ranocchi verdi, nel ruscello che attraversava il bosco, altrimenti la nostra bellissima pelle liscia, si sarebbe screpolata tutta…Non se ne poteva più, con quel caldo! Adesso cantiamo un coretto in minore, e così facciamo festa alla luna. E gracchiavano ora sommessamente, ora più forte con compunzione e continuità, ma in allegria. Gli alberi pensosi e seri, guardavano dall’alto i funghi e i fiori ai loro piedi, e ascoltavano, un po’ annoiati, il melodioso canto dei ranocchi.

Ma, improvvisamente, il bosco si agitò, interrompendo la dolce serenità dell’ambiente. E fu subito un fruscio d’aghi nel vento, agli abeti e ai larici era giunta sulle ali della brezza, un’inattesa notizia: la bella ragazza bionda, che abitava con la madre in una casupola nella radura in fondo al bosco, era improvvisamente partita per un lontano paese. Betulla si chiamava la diafana ragazza, proprio come l’albero del quale aveva preso il nome, e con il quale, per la sua bianca carnagione, e il suo aspetto elegante e delicato ma forte e resistente, tanto aveva in comune.

E con gli alberi, anche tutti gli altri abitanti del bosco rimasero meravigliati: spesso l’avevano vista, gaia e spensierata, passeggiare tra di loro, ammirando fiori, funghi, alberi, ascoltando serena il gracchiare dei ranocchi e il chiacchierio degli uccelli. In questo suo vagabondare, sovente l’accompagnava un rude montanaro di nome Mirto: le faceva conoscere i fiori, le piante, e le montagne che s’intravvedevano tra le fronde. Si capiva che i due stavano bene assieme, anzi si sussurrava che fossero innamorati. Un mattino, il folletto che abitava sotto un grosso fungo rosso, e che spesso si recava tra gli uomini, scosse il bosco con un’inattesa notizia: Betulla era improvvisamente partita per un paese lontano. Ecco l’antefatto. La ragazza aveva conosciuto, l’estate scorsa, un bel principe straniero che, sorpreso dalla notte mentre cacciava nei dintorni della casupola, aveva chiesto ospitalità. Betulla fu molto contenta di accordarglielo, altrettanto non si può dire della madre che accettò solo dietro le reiterate preghiere della figlia.

Quando il bel principe partì, lasciò un gran vuoto nel cuore della giovane, vuoto che veniva solo in parte compensato dalla presenza del sempre assiduo e innamorato Mirto. E così passò l’autunno, l’inverno e la primavera, ma quando rivenne l’estate, Betulla decisa di andare nel lontano paese dove abitava il bel principe. La madre, saputolo, glielo proibì. Ora bisogna sapere che questa era una megera dai magici poteri, e visto che non riusciva a dissuadere la figlia, le fece un incantesimo: il primo uomo che avesse baciato, sarebbe rimasto senza memoria.

Pure Mirto, ed è comprensibile, non approvava in cuor suo la decisione della ragazza, ma non aveva alcun diritto di proibirglielo: lui non contava molto per lei, mentre lei era tutto per lui. Anche se Betulla avesse accettato il suo amore, più di questo Mirto non le poteva dare: non era né ricco, né giovane, né bello. Era giusto che lei aspirasse a ben altro! E proprio per l’affetto che nutriva per Betulla, desiderava il suo bene più di ogni altra cosa. Fu così che accettò di accompagnarla per un tratto, tornando poi con tanta tristezza, e con la consapevolezza di aver perduto ciò che aveva di più caro.

Betulla attraversò pianure e montagne arrivando in fine, stanca ma felice, all’agognata meta. Grande fu la sua gioia nel rivedere il bel principe: si gettò tra le sue braccia e lo baciò. In un attimo il giovane perse la memoria: la magia della megera aveva funzionato. Assente, guadò la ragazza e, non riconoscendola, la fece allontanare, infuriandosi con chi l’aveva messa al suo cospetto. Immaginarsi la delusione di Betulla che a malincuore dovette riprendere la via del ritorno.

Nel frattempo, Mirto, sempre più sconsolato, e solo, con il pensiero fisso alla lontana ragazza, gironzolava spesso nel bosco guardando, amorfo, fiori, funghi, alberi. In quell’ambiente naturale riviveva i bei momenti trascorsi con Betulla, ma tutto gli sembrava grigio e triste. A sera, ritornava malinconicamente alla sua capanna, dove preparava la frugale cena, disteso poi, sul pagliericcio tentava, senza riuscirci, di prender sonno.

Un brutto mattino, gli abitanti del bosco lo videro passare cupo tra di loro. Gli alberi, presagi di quanto stava per accadere, tentarono con le loro agitate fronde di contrastare il suo passo: ma tutto fu inutile.  Un pino cembro che viveva, fiero e forte, lassù più in alto di tutti, e al limite dei ghiacciai, informò gli abitanti del bosco, tramite il vento che rabbiosamente soffiava tra i suoi contorti rami, che Mirto si era inoltrato nel ghiacciaio, pieno di profondi e spaventosi crepacci, e dal quale non era più tornato.

Gli alberi piansero grosse lacrime di resina, i funghi si levarono il cappello, i fiori reclinarono il loro capino, i ranocchi intonarono una nenia tristissima, gli uccelli interruppero il loro chiacchierio: tutti avevano perso un vero e buon amico.

Proprio quel giorno, Betulla tornò nella radura, perdonata dalla madre orgogliosa dell’effetto prodotto dal suo incantesimo. Desiderosa di rivederlo, cercò subito Mirto: la lontananza aveva acuito l’affetto che già prima, seppur in stato latente, nutriva per lui. Uscita di casa, fu messa a conoscenza di quanto era accaduto, ma non rassegnata, volle andare a cercarlo. Con passo deciso, superò il bosco, raggiunse gli alti pascoli, e si fermò al limite del ghiacciaio. Mirto, Mirto, chiamò disperatamente, ma alcuna risposta le venne, se non il soffio del vento che passando tra gli aghi del cembro e dei mughi, descriveva al bosco, laggiù in basso, la patetica scena. Allora Betulla si torse le mani per il dolore, e pianse lacrime sconsolate: simili a stelline d’argento, queste scesero copiose lungo le accese gote caddero tra i sassi, sull’umido tappeto erboso. E dalle lacrime della ragazza nacque un meraviglioso fiore: la stella alpina.

Alle soglie dell’alta montagna, dove questa si fa più severa; là dove cessa ogni altro segno di vita, il grido della vigile marmotta, il perfetto volo dell’aquila, l’animato svolazzare dei gracchi, e il timido occhieggiare della stella alpina, danno, all’uomo dal lento incedere, il loro saluto: essi rappresentano la vita, dove questa sembra non esistere più. In quel grande e freddo deserto di rocce e di ghiacci, essi costituiscono l’ultimo legame con il pacifico ambiente che l’alpinista sta per lasciare.

Anche voi, quando v’inoltrerete in questo severo regno, non potrete sottrarvi al suo fascino, acuito da quello esercitato dalla stella alpina, su chi ha il privilegio di incontrarla. E quando il vostro sguardo si soffermerà su quel fiore, divenuto ormai, e giustamente, il simbolo della montagna, ricordandovi da quanto amore e da quanta disperazione è scaturito, non coglietelo: esso è l’umile e devoto omaggio di Betulla al suo perduto amore.

Ezio Etrari