Mercoledì 23 gennaio

La strada di Ulisse, da Omero al 900 -prima parte
a cura di Patrizia Rossari

 

Primo incontro

Omero             Odissea: Il proemio –
Libro V – v.v. 203-24 Il congedo da Calipso (Passi)
NB: libro IX Polifemo (Passi)
NB: libro XII Le sirene (Passi)
Dante               Inferno XXVI (76-142)
Foscolo           A Zacinto – Sepolcri

 

Secondo incontro

D’Annunzio      L’incontro d’Ulisse (da “Maya”)
Gozzano             L’ipotesi
Kavafis                Itaca
Primo Levi        da “Se questo è un uomo”
Moravia             La verità sul fatto di Ulisse (da Racconti surrealistici e satirici)
Dalla                   Itaca
Saba                    Ulisse

 

 

TRACCIA DEL PERCORSO

Primo incontro

 

Si è introdotto il personaggio di Ulisse così come compare nel proemio dell’Odissea uomo di multiforme ingegno”, ripercorrendo poi i momenti salienti in cui l’eroe greco affronta le sue diverse avventure nel corso dell’opera. Emergono così tratti del carattere anche contrastanti tra loro: la passione della conoscenza, costi quel che costi, e l’ingegno acuto che lo salva dai pericoli più insidiosi, (episodio di Polifemo) ma anche il dispregio del rischio fatto correre ai compagni; l’amore costante e profondo per la sua terra, per la moglie, per il figlio che nutre la sua incessante nostalgia ma anche l’impulso a seguire e conoscere le insidie più attraenti che compromettono un ritorno veloce (episodio delle Sirene). Un navigatore intrepido e coraggioso, un esploratore abile e pragmatico, un maestro nell’arte del racconto, fedele e tenace negli affetti, quanto spietato nella vendetta.

Secondo incontro quello con l’Ulisse dantesco, punito nel canto XXXVI dell’Inferno, nell’ottava bolgia tra i consiglieri fraudolenti. È condannato perché in lui l’audacia temeraria e l’orgoglio dell’intelligenza procedono senza la grazia divina: nella celeberrima “orazion picciola” incita i suoi compagni in nome della loro dignità di esseri umani e non lo ferma il timore dell’ignoto perché la sua sete di conoscenza è infinitamente più forte. Totalmente umano, l’Ulisse dantesco, grandioso pur nella perdizione, ma ignorando i limiti posti da Dio condanna sé e i compagni alla perdizione eterna.

“E’- come scrive Sapegno- la sconfitta della ragione abbandonata alle sue sole forze”  

Incontro successivo quello con le due diverse e contrastanti visioni dell’eroe omerico nella poesia di Foscolo. Nel sonetto A Zacinto” Ulisse è sentito dal poeta come “bello di fama e di sventura”, unito nella sorte dell’esilio al Foscolo stesso, ma di lui più felice perché finalmente approdato alla sua “petrosa Itaca”. Al contrario sempre Foscolo pochi anni dopo ne tratteggerà un profilo negativo nei versi dei I Sepolcri”: ricordando l’inganno che permette ad Ulisse di sottrarre le armi di Achille ad Aiace, il poeta ne sottolinea il “senno astuto né favor di regi” facendone emergere un’immagine piuttosto freddamente cinica che eroica.

 

Mercoledì 6 Febbraio 2019

Secondo incontro

 

La riflessione sulle molteplici interpretazioni della figura omerica di Ulisse si articola lungo il Novecento.

Dapprima lo vediamo interpretato agli esordi del secolo da Gabriele D’Annunzio in Maya (passo tratto dal primo libro delle Laudi). Cantare le gesta dell’eroe di Itaca significava qui proporre un modello di superuomo che ben rappresentava le esigenze, non solo del pubblico, ma anche dello stesso D’Annunzio, che nella figura di Ulisse poteva rispecchiare se stesso. L’eroe greco si presenta solo e sdegnoso dinanzi ai visitatori che lo salutano e lo onorano come «Re di tempeste” lanciando soltanto un’occhiata sdegnosa ai naviganti, ma privilegiando colui, il poeta, che solo può osare rivolgergli la parola.

In un componimento del 1907 Guido Gozzano ringrazia Dio che “invece che farmi Gozzano/un po’ scimunito ma greggio/ farmi gabrieldannunziano/ sarebbe stato ben peggio!”. Questi versi sottolineano una caratteristica di questo poeta: l’uso dell’ironia per smontare il mito del poeta vate incarnato da D’Annunzio. Il vero bersaglio dell’ironia di Gozzano infatti non è Omero, né Dante, quanto piuttosto D’Annunzio. Così nel poemetto “L’ipotesi”, il “Re di Tempeste” Ulisse è un semplice avventuriero che tocca le spiagge mondane del Mediterraneo con il suo lussuoso yacht, alla ricerca di vari amori e la orazion picciola dantesca diventa un banale invito ai compagni a cercar fortuna in America.

Restiamo nella poesia con il greco Costantino Kavafis che in Itaca del 1911 canta nel nome dell’isola il senso e il valore del viaggio in sé, molto più che nell’approdo, metafora evidente della vita. Nella lirica Kavafis augura che “il viaggio duri a lungo, per anni e che da vecchio metta piede nell’isola, tu, ricco di tesori accumulati per strada.”

Seguono due passi narrativi, diversi tra loro. Uno è tratto dal romanzo di Primo LeviSe questo è un uomo”, dal capitolo in cui l’autore narra come, nel pieno dell’orrore del lager, il canto poetico dantesco dedicato ad Ulisse, faticosamente ricreato nella sua memoria, diventi occasione di scambio umano e poetico con un altro prigioniero. Straordinarie le parole che il narratore dedica alla poesia che sola in quel frangente può restituire umanità nell’abisso.

In contrasto ironico e divertente il racconto di Alberto MoraviaLa verità sul fatto di Ulisse”. Qui l’autore rilegge l’episodio di Polifemo in modo straniato: un’ipotetica delegazione si rammarica del fallito tentativo di addomesticare un gregge di “occhiuti”, come sono designati gli uomini. Polifemo da mostro si trasforma così ironicamente in allevatore fallito.

Anche un cantautore di razza, quale è stato ed è Lucio Dalla ha dedicato una sua canzone ad Itaca nel 1975. Ulisse è qui ancora il capitano “con negli occhi un nobile destino”, ma viene contrapposto (brechtianamente?) alle figure dei suoi marinai che soffrono una sorte più dolorosa e sconosciuta e la cantano nelle parole del coro: “la mia casa ce l’ho solo là”.

L’incontro si chiude sulle parole poetiche di Umberto Saba. Nella sua Itaca, il poeta parla di sé stesso: da giovane ha conosciuto l’esperienza del viaggio per mare, quando “vele sottovento sbandavano più al largo”. Oggi il mio regno è quella terra di nessuno– scrive Saba richiamando il nome che Ulisse si diede per ingannare Polifemo – e come un Ulisse sempre inquieto “me al largo sospinge ancora il non domato spirito”.