Mercoledì 22 maggio 2019

“Il teatro che… non c’era.
Storia della scomparsa e del recupero del teatro romano
a cura di M. D’Alessandro

 

Forse il teatro romano era così

Certamente fra i ponti Pietra e Postumio ( in secondo piano), esistevano anche le porte laterali in corrispondenza ai ponti, di cui esistono pochissime tracce.

Aveva la stessa imponenza, come si deduce da teatri  analoghi  in altri siti.

 

Il teatro… che non c’era

Intorno alla seconda metà dell’800, chi si fosse trovato a transitare lungo l‘Adige, a piedi o in carrozza, dalla ex-chiesa del Redentore (soppressa nel 1806, sconsacrata e trasformata in teatro, cinematografo e oggi in pizzeria…) verso il ponte della Pietra, avrebbe visto una lunga serie di caseggiati, qualcuno un po’ fatiscente, allineati alla base della collina di castel san Pietro.

sotto i cipressi era stato edificato il convento dei Gesuati, dove furono ritrovati molti reperti

La striscia di case era interrotta da una piccola piazzetta sub-circolare che, in lieve pendenza, saliva verso la chiesetta di san Siro e Libera, già edificata nel X secolo e successivamente modificata e ampliata a partire dal XVII secolo, durante il periodo veneziano. Intorno al 1700 alla facciata venne aggiunta una doppia scalinata in marmo, che la raccordava alla piazza mediante quattro rampe.

Due secoli dopo, intorno al 1890, l’accesso alla piazzetta era stato modificato con la realizzazione di una serie di scalinate, due parallele alla strada e contrapposte, la terza dritta verso collina, a guisa di cortina di separazione tra la viabilità sul lungadige e la sacralità del luogo.

 

Ma… e il Teatro Romano?  – Un attimo, vediamo di capirci qualcosa…

Il teatro non c’era, o meglio c’era ma quasi nessuno lo sapeva e forse chi lo sapeva faceva finta… di non saperlo.

L’antica struttura originale romana, attribuibile alla seconda metà del I secolo a.C., aveva subito nel corso dei secoli sia spoliazioni che crolli e ciò che era rimasto era stato lentamente coperto da nuove costruzioni, che finirono per occultare completamente il teatro agli occhi dei veronesi.

A dire il vero, qualcuno si era reso conto che… qualcosa si celava sotto le case costruite.

Un certo G. M. Fontana (forse Gian Maria), proprietario di parte dell’area sotto la quale si celava il teatro, a seguito della scoperta casuale di alcuni reperti antichi venuti alla luce durante dei lavori, iniziò una prima fase di scavi intorno alla metà del ‘700 (la casa Fontana oggi è il piccolo edificio utilizzato come ingresso-portineria del teatro).

La ricerca però si arresta e trascorre più di mezzo secolo prima che qualcun altro, cosciente di cosa si nascondeva sotto le case e spinto da un “sacro furore culturale”, decidesse di impiegare le proprie ricchezze e dedicare la vita a mettere in luce i resti del Teatro Romano, restituendo alla città la grandezza e le memorie storiche e culturali del colle di san Pietro.

Questo qualcuno è un veronese, il cui peso storico per ironia della sorte ricalca un po’ le vicende del teatro, ovvero viene quasi del tutto dimenticato: Andrea Monga.

Incoraggiato dai primi risultati, impiega il suo capitale per successivi acquisti, per un totale di circa 40 abitazioni (il numero esatto sembra essere 36). I lavori si protraggono per un decennio, fino al 1844: dopo l’abbattimento delle casette sorte sull’area, inizia lo scavo che scopre e restituisce la grande intercapedine che separa il complesso del teatro dalla collina, ritrova all’interno del convento dei Gesuati i resti dell’ambulacro, riporta alla luce i due scaloni laterali, parte della cavea e dell’Odeon, edificio simile ad un teatro, ma coperto e riservato ad audizioni musicali, posto in piazzetta Martiri della Libertà. Individua inoltre la funzione di raccordo tra le recinzioni della scala posta nella grotta di san Siro.

Un lavoro che, riferito al tempo, può definirsi ciclopico. In questo suo vasto operato, il Monga presenzia sempre agli scavi e ne rileva i disegni e gli stadi di avanzamento lavori. Prezioso è anche l’aiuto di Gaetano Pinali, un avvocato veronese appassionato di architettura e archeologia.

In quest’opera colossale e decisamente onerosa, il Monga non ottiene l’aiuto di alcuno (salvo il Pinali), anzi, viene spesso ostacolato dalla popolazione, che si vedeva cacciata dalle proprie abitazioni e non comprendeva, anche per lo scarso senso civico, unito a poca o nulla cultura, l’opera che il munifico commerciante portava avanti con tenacia e passione. In questo contesto, gli elogi ricevuti da illustri studiosi e archeologi italiani e stranieri non riescono ad evitargli le infinite contrarietà e quello scoramento che lo consumano e ne incrinano la forte tempra.

Dopo aver profuso i suoi sforzi nel recupero culturale della città e aver impiegato a tal scopo le sue ingenti ricchezze e le sue energie, muore per una polmonite nell’aprile del 1861, a circa 67 anni. La cittadinanza ignora la sua scomparsa: solo tre cittadini accompagnano il Monga all’ultima dimora, il prof. Franco, l’ing. Storari e l’architetto Zannoni. Uno scrittore che ebbe modo di conoscere Andrea Monga, Pietro Sgulmero, scrisse che la sua era “una di quelle spese ingenti che facevano i Principi di una volta e che fanno di rado i governi d’oggi”.

La scomparsa del Monga, fortunatamente, non blocca i lavori e le ricerche sul teatro: il figlio del Pinali, Francesco, dopo la scomparsa del padre, prosegue l’opera fino al 1884, anno della sua morte.

Questa volta i lavori si fermano per davvero.

Sarà il Comune di Verona, grazie all’amministrazione Guglielmi-Franchini e all’aiuto prezioso della Cassa di Risparmio, a continuare il lavoro iniziato quasi due secoli prima dal Fontana e poi dal Monga.

Nel 1904 il Comune acquisisce l’intera area teatrale e gli altri edifici che v’insistevano dagli eredi di Andrea Monga, come pure la sua collezione archeologica dei reperti ritrovati, con elementi architettonici e decorativi della scena teatrale ed epigrafi.

I lavori di scavo riprendono nel biennio 1904-05 sotto la guida di Ricci e Ghirardini, con la messa in luce dell’intera cavea e proseguono fino al 1914, sotto la direzione dell’Ufficio Tecnico Municipale. Vengono ricomposte la prima gradinata e le dieci arcate della loggetta. Più tardi (fine degli anni ’30) viene scavata la fossa scenica, definita per intero negli anni 1970-71.

E il teatro romano ritorna a vivere

 

 

L’itercapedine che appare in questo disegno era stata pensata e fatta ancora alle origini, lo scopo era incanalare l’acqua sotto la cavea e salvare per quanto possibile i gradini.

Il terreno su cui poggiavano era franoso e fangoso

 

 

 

 

 

(Maurizio d’Alessandro, 2013)