L’INTERVISTA. La professoressa Mirella Ruggeri responsabile della Clinica psichiatrica del Policlinico e del servizio territoriale di Verona sud: i rischi per la salute mentale
«Emergono mesi dopo il trauma. Ci aspettiamo un aumento dello stress post traumatico, di disturbi fobici e depressioni. Grande attenzione»

Prima la paura del contagio, il rischio della malattia; il terrore di perdere una persona cara e l’angoscia di non ritrovare più il proprio lavoro; infine, l’incertezza del futuro, di come sarà la nostra vita e di quanto durerà la convivenza con il coronavirus. E la domanda di fondo: ma abbiamo perduto il nostro mondo o torneremo come prima?Interrogativi che affollano la mente di tutti e con i quali il nostro equilibrio personale deve fare i conti tutti i giorni. Perché, alla fine, stiamo tutti vivendo un trauma: quello della pandemia. E le conseguenze si vedranno, come anticipa la professoressa Mirella Ruggeri, responsabile della Clinica psichiatrica del Policlinico e del servizio territoriale di Verona sud, per mesi e mesi.

Professoressa, come ci sta colpendo questo trauma?

È un fenomeno unico nelle sue dinamiche sociali, relazionali e della salute mentale. Nessuna delle attuali generazioni ha mai sperimentato una esperienza del genere. Ci sono ovviamente posizioni diverse per il rischio della salute psichica, in prima fila chi soffre del contagio, i loro familiari, il personale sanitario, e poi c’è un aspetto traumatico di fondo che subisce tutta la popolazione. Due sono le polarità più vulnerabili dal punto di vista della salute mentale: gli anziani, costretti a un superisolamento, e i bambini e gli adolescenti che hanno avuto i cambiamenti più forti delle loro abitudini quotidiane

.L’impatto del Covid19 sulla salute fisica l’abbiamo tristemente visto, ma quale sarà invece l’impatto sull’equilibrio delle persone, sulla salute mentale dopo tanti sacrifici, restrizioni, lutti e incognite del domani?

Dalle precedenti epidemie di Sars, Ebola e Covid in Cina e nell’aria asiatica in generale, sappiamo che questa epidemia favorisce fortemente l’insorgenza del disturbo post traumatico da stress. I danni provocati e le sintomatologie tendono a comparire in modo ancora più grave a distanza di sei mesi dalla cessazione dell’evento traumatico. Per la salute pubblica questo significa mantenere un monitoraggio continuo nei prossimi mesi. Il trauma andrà metabolizzato insieme con la nuova normalità.

Avete delle cifre? Che aumento vi aspettate di questi disturbi?

I dati che ci arrivano dall’area asiatica, dove per prima si è sviluppata l’epidemia, dimostrano che il disturbo post traumatico da stress normalmente presente nel 4-5% della popolazione, aumenta fino al 41%. Per la depressione l’incremento è come minimo del 7%; inoltre si sono sviluppati altri sintomi accessori come aspetti ansiosi, aspetti fobici e in generale un incremento dello stato di allerta, e poi reazioni di rabbia, fobie, senso di ingiustizia. Anche da noi ci aspettiamo questi numeri perché si tratta di stime piuttosto stabili e di studi concordi. Vedremo cosa ci diranno le successive ricerche.

Questi disturbi possono emergere anche in persone che non hanno mai avuto problemi simili?

Chi già aveva disturbi psichici potrà avere ricadute; per esempio coloro che avevano sofferenze precedenti con disturbi fobici può focalizzare molto la tematica del contagio. Ma anche chi non ne soffriva può vedere insorgere un disturbo, con diverse gravità secondo le risorse. Ma c’è dell’altro…

C’è di peggio?

Un recente articolo scientifico focalizza tra i fattori di rischio la tendenza al suicidio. Non abbiamo dati epidemiologici, ma vengono definite indicazioni per definire i soggetti più a rischio e quelli che possono essere i fattori protettivi. La prospettiva di una crisi economica e la mancanza di chiarezza di ciò che davvero ci aspetterà nel medio e lungo periodo, sono fattori che potranno assumere un valore più rilevante. È importante essere attivi nel rielaborare questi fenomeni.

Quindi nel campo della salute mentale l’emergenza può durare ancora mesi?

Noi ci aspettiamo che passata l’ondata delle restrizioni riemergano degli aspetti di disagio psichico che sono stati gestiti e contenuti dalle persone. Ma torneranno a galla come nel caso di un lutto: i mesi peggiori sono quelli successivi. Ci aspettiamo la necessità di tenere alti il livello di screening e la disponibilità dei servizi di salute mentale. Le persone non devono temere di chiedere aiuto. Sicuramente servirà attenzione per le professioni sanitarie che rischiano di sviluppare situazioni di burn out da recuperare, per i conflitti familiari, per le situazioni più precarie. Ci sarà un lavoro su salute mentale e fisica, oggi più che mai vincolate.

Quali sono i fattori di rischio?Un basso livello socio economico già incide molto nell’isolamento dentro casa; gli spazi abitativi e le differenze nelle case che non sono marginali; le situazioni con elevata conflittualità interpersonale; le situazioni con basso supporto sociale, perché è importante che la società sappia accudire i propri membri. È altamente sconsigliato stare continuamente davanti alla televisione con il bombardamento di notizie sullo stesso tema: genera angoscia, rabbia e una distorsione del rischio di contagio.

C’è voglia di tornare alla normalità ma ci sono ancora molte limitazioni: nasceranno tensioni?

Certamente il rischio c’è. Ci sono aspettative giuste ma non coerenti con la realtà. La fase della riapertura sia anche la fase della saggezza.

Tratto da: L'Arena -cronaca pag.15

Data: 19/04/2020

Note: Maurizio Batista