Il dottor Zeno Bisoffi

ALL’OSPEDALE SACRO CUORE. Un italiano rientrato da Wuhan con la tosse si è rivolto al pronto soccorso. Ha atteso in isolamento l’esito degli esami, poi è stato dimesso
L’Istituto superiore della sanità ha escluso sia la malattia cinese Bisoffi: «Il rischio era bassissimo ma non sottovalutiamo niente».

Coronavirus, Verona si fa trovare pronta. L’ospedale Sacro Cuore di Negrar ha testato in anticipo il protocollo per i casi sospetti, sperimentandone la semplicità e velocità, con un paziente poi rivelatosi negativo al virus.Due settimane fa, prima ancora che il protocollo ufficiale fosse diramato, un giovane italiano, rientrato in Italia e proveniente dalla provincia di Wuhan, in Cina, zona in cui si registra l’incidenza più forte del Coronavirus, si è presentato di sua volontà al pronto soccorso di Negrar. Lamentava tosse e sintomatologia respiratoria e per scrupolo ha deciso di farsi visitare. «E ha fatto bene», spiega il professor Zeno Bisoffi, direttore del dipartimento di malattie infettive e tropicali dell’ospedale di Negrar. «Già si iniziava a parlare della diffusione del virus. Fin da subito abbiamo osservato il basso rischio che si trattasse di Corona, ma sono giorni in cui anche un caso a bassissima probabilità non va trascurato e abbiamo fatto gli esami. Il paziente, molto diligentemente, ha accettato di essere messo in isolamento fino alla certezza».L’uomo è stato sottoposto alle analisi previste. I campioni sono stati inviati a Roma, all’Istituto superiore della sanità, che dopo due giorni, a voce, ha dato la conferma che non si trattava di Coronavirus e di seguito ha inviato la risposta scritta. Il paziente, curato e guarito dalla tosse, è quindi stato dimesso. Una procedura veloce, dunque: «Veloce e semplice», conferma Bisoffi. «Abbiamo testato in anticipo la validità del protocollo. Il caso è stato affrontato senza allarmismi e in perfetta tranquillità ed è stata l’occasione per il personale medico e infermieristico di provare la procedura prima ancora che fosse diffusa». Il protocollo dà una definizione specifica di «caso sospetto» e indica a medici e infermieri come comportarsi. Soprattutto spiega che non è un caso sospetto chiunque venga dalla Cina o abbia lievi problemi respiratori. Lo ribadisce il professor Bisoffi: «Siamo davanti a un caso sospetto se la persona è passata nelle aree geografiche in cui c’è la massima trasmissione della malattia, come la provincia attorno alla città di Wuhan. Deve, inoltre, avere avuto contatti con casi sospetti o provati lì, in loco». Un esempio: una persona che rientra da Pechino e sta bene, non deve fare esami e può starsene tranquillo. «Il caso arrivato al nostro Pronto soccorso non ha destato allarmi e ci ha permesso di testare le procedure», conclude Bisoffi che ricorda, però, a chi si reca in Cina di non trascurare la vaccinazione antinfluenzale. Non tanto per il Coronavirus, quanto per evitare inutili procedure nel caso si ammalasse di una banale febbre. «L’antinfluenzale probabilmente non protegge dal Coronavirus, ma è più facile che una persona si ammali di influenza. E se questo accade in Cina, rischia di essere sottoposta ai protocolli che prevedono l’isolamento e tutto il resto». NO AGLI ALLARMISMI Bisoffi, infine, tranquillizza anche sul Coronavirus: «Finora, da quello che si sa, non ha dimostrato un’alta letalità». Lo conferma anche la Società italiana di terapia antinfettiva, presieduta da Matteo Bassetti, professore ordinario di malattie infettive e direttore della clinica malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova. «La Commissione sanitaria nazionale cinese parla di circa 6.000 casi accertati e 132 decessi: i numeri del nuovo Coronavirus destano preoccupazione nell’opinione pubblica, ma vanno letti e analizzati con attenzione», ha spiegato in una nota mettendo a confronto i dati del nuovo virus e quelli delle epidemia di Sars del 2003 e Mers tra il 2013 e il 2019. «La Sars ha provocato 813 decessi su 8.400 casi: una mortalità del 10 per cento; la Mers, 858 su 2.500 persone colpite: un indice di letalità del 30 per cento. Stando ai numeri attuali, da considerare con cautela, perché al momento l’unica fonte di informazione sono i media e le istituzioni cinesi, il tasso di mortalità del Coronavirus 2019 è poco più del 2 per cento». «Numeri limitati, con sporadici casi di trasmissione interumana al di fuori della Cina, soprattutto se li paragoniamo all’epidemia di un qualsiasi virus influenzale nel nostro Paese, con milioni di casi da dicembre a oggi, o all’impatto delle polmoniti che curiamo negli ospedali», spiega Bassetti. «La situazione va vigilata ed è bene tenere alta la guardia, ma non bisogna creare allarmismi».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 17

Data: 30/01/2020

Note: Maria Vittoria Adami