Ilaria Borletti Buitoni, vicepresidente del Fai

L’INTERVISTA. Ilaria Borletti Buitoni del Fai
«Con le sue mura può presentare una candidatura molto forte»
È assalto al titolo di Capitale italiana della cultura 2021 da quando il ministero per i Beni culturali ha reso noto il lunghissimo elenco delle città candidate a succedere a Parma, il cui anno culturale è iniziato il 12 gennaio. In lista ci sono 43 nominativi e per Verona, che da tempo aveva deciso di raccogliere la sfida, non sarà un’impresa facile. Il dossier va presentato entro il 2 marzo per arrivare alla selezione di dieci progetti finalisti. La città vincitrice verrà scelta da una giuria di esperti entro il 10 giugno e riceverà un milione di euro per concretizzare il programma presentato.La competizione è affollata e la concorrenza serrata, sia con altre località del Veneto (Belluno, Feltre e Pieve di Soligo, in provincia di Treviso) sia con città e capoluoghi in 16 su 20 regioni italiane: dall’Abruzzo con L’Aquila, che punta a rilanciarsi definitiva dopo il terremoto del 2009, alla Puglia con Taranto, al centro delle cronache per la questione Ilva. A favore di quest’ultima pesano le dichiarazioni del sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Mario Turco: «Il governo», aveva detto, «sostiene la candidatura della città jonica». Verona «ha delle carte formidabili da giocarsi», replica Ilaria Borletti Buitoni, vicepresidente del Fai – Fondo ambiente italiano e già sottosegretario ai Beni culturali con delega al paesaggio e all’Unesco nei governi Letta, Renzi e Gentiloni. «Il suo Dna», dice, «è fatto di cultura, storia, paesaggio e letteratura. Unendo tutto in una proposta ben strutturata, le possibilità saranno forti».In città per partecipare alla presentazione del libro «Paradisi ritrovati» della storica dell’arte Annamaria Conforti Calcagni, la vicepresidente del Fai interviene su questioni riguardanti il patrimonio della città, fra cui la valorizzazione delle mura, caposaldo del riconoscimento Unesco: «con le sue mura», evidenzia Borletti Buitoni, «Verona può presentare una candidatura molto forte a Capitale della cultura». Il Comune punterà pure in quella direzione, alla luce di alcune iniziative recenti di valorizzazione di questo patrimonio. Lei che ne pensa?Anche simbolicamente la cinta muraria può racchiudere uno scrigno di proposte diverse. Le vocazioni di Verona sono talmente tante che l’idea della cinta a me istintivamente piace, perché rappresenterebbe il contenitore ideale entro cui tutte le proposte troverebbero il loro racconto. Il problema sono i fondi. Città più piccole della nostra, come Cittadella, Montagnana e Valeggio, hanno chiesto e ottenuto finanziamenti europei. Un passo che Verona non ha ancora fatto. Ha un suggerimento?Invece di parlar male dell’Europa, bisognerebbe capire che l’Europa può fare molto per il patrimonio culturale. Altri Paesi ne approfittano pur avendo dei patrimoni culturali infinitamente meno impegnativi del nostro. Il Fai ha ottenuto in concessione dal Comune di Verona il Lazzaretto. Oggi l’area è visitabile e viene valorizzata anche con manifestazioni ed eventi, ma la sensazione è che sia ancora una bella addormentata.C’è da fare il passo più importante, avviare il percorso di restauro che riveli la storia e l’identità unica del sito. Il Fai c’è, ma lo sforzo economico è grande e da solo non può farcela. Finora la risposta istituzionale è stata forte a parole, ma debole a fatti. Le istituzioni veronesi, pubbliche e private, dimostrino lo stesso interesse dimostrato dai cittadini, che si sono riappropriati del luogo. A proposito di restauri, c’è in ballo quello dell’Arsenale austriaco. Quando lei era sottosegretario aveva sottolineato la necessità di recuperarne la valenza culturale, ma che negozi e attività commerciali potevano starci, a patto che fossero sussidiari. Al tempo l’ipotesi era un project financing che oggi non esiste più. E di riqualificazione ancora si parla. Ricordo il dibattito politico che ruotava attorno all’Arsenale. Mi permetto di dire una cosa, adesso che non sono più in politica: non c’è mai una soluzione quando un problema di valorizzazione di un bene culturale diventa oggetto di dialettica partitica. La diatriba diventa il presupposto per non fare niente. Bisogna avere il coraggio di alzare lo sguardo e andare per competenze, perché niente come la valorizzazione di un bene culturale richiede competenza.

Tratto da: L'Arena - cultura . pag.50

Data: 3/02/2020

Note: Laura Perina