Giorgio Gioco qualche anno fa al 12 Apostoli mostra la foto della sua famiglia: lui è il bambino in piedi

I RICORDI. Cordoglio per la scomparsa del patron della cucina veronese. Tra i suoi vicini Oreste Dal Zovo, che lo ebbe cliente nel 1958 quando aprì una rivendita di olio.
L’albergatore Olivieri: «Viaggiava e portava idee che rielaborava». Il ristoratore Ramponi: «Ha sempre difeso la tipicità»
«È stato il mio primo cliente. Avevo aperto da poco il mio negozio in piazzetta Tirabosco, a due passi dal suo ristorante, per la vendita di olio d’oliva italiano e qualche liquore. E Giorgio è venuto subito a vedere com’era il mio olio. Era di buona qualità e gli piaceva. Era il 1958. Da allora siamo sempre stati ottimi vicini». Oreste Dal Zovo, titolare dell’omonima enoteca in vicolo San Marco in Foro, a poche decine di metri dal ristorante 12 Apostoli, ricorda tanti particolari del suo lunghissimo rapporto d’amicizia con Giorgio Gioco, scomparso l’altro ieri a 94 anni.Un vasto cordoglio ha suscitato la morte del cantore della cucina veronese, testimoniato da amici e conoscenti. «Era sempre attentissimo ai dettagli», continua Dal Zovo. «Sapeva che stavo in campagna e mi chiedeva di portargli delle foglie di fico e di vite per decorare la base dei suoi cesti di frutta». E ricorda che negli anni d’oro del boom economico, e poi anche negli anni ’70 e ’80, il 12 Apostoli era la tappa irrinunciabile per i turisti, «soprattutto gli inglesi e gli americani» che passavano per Verona, e per quelli che andavano all’opera. «Già alle 18, vedevi passare queste bellissime signore con l’abito lungo accompagnate dagli uomini in smoking che andavano a cena prima dell’opera. Quello era uno spettacolo».All’enoteca Dal Zovo troviamo anche Giuseppe Protti, che ha lavorato al 12 Apostoli tra il 1979 e il 1990. «Facevo le pulizie in cucina e nel locale, e quando c’era la furia dei clienti si lavorava come matti. Gioco era un datore di lavoro elastico, uno che non ti soffiava sul collo. E se avevi finito il lavoro non aveva niente da dire se ti vedeva bere un bicchiere di vino».Tra i commercianti del centro che conoscevano bene Giorgio Gioco c’è Renza Dalla Val, titolare della pasticceria Flego, fondata nel 1972 con il marito Giorgio in Corso Portoni Borsari. «Ci ha lasciato un grande vuoto», dice la signora Renza, «perchè Gioco era un’istituzione per Verona. Era una persona carismatica, favolosa, che ti dava serenità. Era sempre un piacere parlare con lui. Un uomo di infinita cultura».Vicino al 12 Apostoli c’è Il Campidoglio, ristorante e filetteria, di Simone Righetti. È un problema lavorare accanto a un mostro sacro della ristorazione locale come il 12 Apostoli? «Abbiamo sempre avuto rapporti di ottimo vicinato», risponde Righetti. «Noi abbiamo un target diverso, siamo specializzati nei filetti. Ho sempre ammirato Gioco che è stato un maestro per tutti noi più giovani».Non solo maestro e cultore della tradizione ma anche grande innovatore. Così Bepino Olivieri, titolare dello storico albergo Aurora in piazza Erbe, ricorda l’amico Giorgio gioco, a cui lo lega anche un rapporto professionale di gioventù. «Da ragazzino, io figlio di un ristoratore di San Bonifacio, ogni tanto andavo a curiosare al 12 Apostoli, grazie all’amicizia con uno dei camerieri, per vedere cosa faceva il grande cuoco», racconta. «Lui era uno straordinario rielaboratore. Viaggiava molto e ogni volta tornava con un’idea nuova. All’epoca la cucina veronese, a parte i piatti tradizionali, non era così varia. Ad esempio lui portò a Verona la ricetta del salmone in crosta di pane. Per avere sempre il salmone fresco a disposizione affitto una cella frigorifera agli allora Magazzini Generali. E da mio papà, dove era venuto per una festa di battesimo, prese l’idea del carrello dei formaggi».Anche Leopoldo Ramponi, titolare del ristorante Al Bersagliere, ai Filippini, presidente dei ristoratori di Confcommercio, lavorò da adolescente al 12 Apostoli: «Solo pochi mesi ma che mi hanno insegnato molto. Soprattutto assimilai il senso di quella sua strenua difesa del cibo quotidiano con i piatti veronesi, della qualità della materia prima, del legame tra i prodotti locali e la cucina Ora porto avanti quella sua filosofia e per questo ho fondato con un gruppo di amici la Confraternita del lesso e della pearà. E nel mio libro sulla cucina veronese ho ricette che mi dato lui, come il sedano impanato ripieno di formaggio e prosciutto. Piatti semplici, ma geniali e buoni. Un artista indimenticabile della cucina».I funerali di Giorgio Gioco saranno celebrati domani, alle 10, nella chiesa di Sant’Eufemia.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 9

Data: 25/02/2019

Note: ELENA CARDINALI