RICORRENZE. La fontana con la celebre statua di Madonna Verona, alimentata dal Lorì di Avesa, venne realizzata nel 1368 per volontà di Cansignorio della Scala
Il manufatto è composto di pezzi di epoche diverse: la vasca è romana, come il busto marmoreo, e il cartiglio è medievale.
Compie 650 anni, la fontana di piazza Erbe, con la celebre statua di Madonna Verona. Nel 1368, Cansignorio fece arrivare in città da Avesa, attraverso un sistema di tubature, le acque del locale fiumicello, il Lorì, alimentando anche la fontana nel cuore cittadino. È composta da pezzi di varie epoche: una vasca romana con attorno al piedistallo quattro teste che raffigurano Berengario, Verona, Alboino e il mitico fondatore della città, Vero. Sopra, la scultura di Madonna Verona è formata da un busto marmoreo di età romana, forse del I secolo dopo Cristo, con testa e braccia più volte rifatte. Nelle sue mani, un cartiglio in rame con l’elogio della città, in latino, Est iusti latrix urbs haec et laudis amatrix, questa città è portatrice di giustizia e amante della lode.Le maggiori curiosità riguardano proprio questo elogio, che riprende i versi incisi sull’antico sigillo medioevale di Verona. Un recente studio di Antonella Arzone ci dà interessanti informazioni. Innanzitutto gli antichi sigilli medioevali del Comune sono conservati al Museo di Castelvecchio e di quello con i versi del cartiglio di Madonna Verona vi è una copia in piombo realizzata tra il 1882 e il 1885, in quanto un precedente calco in cera al Museo Civico è andato perduto nell’inondazione del 1882.I versi del motto sono due e sono chiamati leonini: tipici dei sigilli, sono formati da due parti rimate, l’aggettivo latrix e il sostantivo femminile amatrix, ma nell’insieme formano un esametro. Questi versi leonini propongono affermazioni di orgoglio civico ed esprimono la consapevolezza dell’identità politico-amministrativa. Nella seconda metà del 1100, quando i Comuni italiani si emanciparono quasi completamente dall’Impero, si legge nello studio di Arzone, iniziarono ad esercitare alcune prerogative della sovranità e, tra queste, quella di convalidare e di attestare gli atti della normale amministrazione civica e dei documenti statali. Scrive Arzone: «In particolare, dopo la pace di Costanza del 1183, l’istituzione del Comune entrò nella sfera del diritto pubblico; gli atti vennero redatti dai cancellieri e convalidati dal sigillum communis o sigillum civitatis, che indicava il sigillo maggiore, fungendo da sigillo di Stato».Va detto che non tutti gli atti pubblici del Comune avevano applicato il sigillo, ma i principali e di maggiore solennità lo portavano per simboleggiare l’autonomia e la sovranità della città. La matrice, in genere di bronzo, veniva custodita con estrema cura ed affidata al notaio del podestà, cioè a un ufficiale delegato. Il sigillo medioevale di Verona mostra in basso, una galleria con cinque arcate chiuse da cancellate; sopra vi è un muro merlato con ai lati due torri quadrate; le mura sono divise da colonnine e dalle lettere della parola Verona. Più in alto, si vede un edificio con due aperture con una calotta emisferica, affiancata da due pinnacoli con un’asta a punta. Sulla calotta e sulle torri vi sono delle croci. Attorno la stessa iscrizione del cartiglio di piazza Erbe.Si ritiene che il disegno sul sigillo indichi il palazzo di Teodorico. I versi del sigillo di Verona, insieme a quelli di Pisa, Siena, Lucca e Ravenna, sarebbero fra i più antichi. L’immagine dell’antico sigillo del Comune si trova anche sul gonfalone impugnato dagli alfieri veronesi che combattono contro i Benacensi nella grande tela di Felice Brusasorzi che oggi è nella sala del Consiglio Comunale a palazzo Barbieri.Nel 1405, quando Verona divenne veneziana, nel corso della solenne cerimonia di dedizione alla Serenissima, gli ambasciatori veronesi consegnarono nelle mani del doge Michele Steno le chiavi, i vessilli e anche la matrice del sigillo. Erano i principali segni del potere autonomo, che veniva ceduto a Venezia. Nel 1474, il sigillo medioevale venne sostituito: in quello nuovo non si parlava più né di giustizia, né di lode, ma vi era la definizione di Verona, minor Jerusalem e l’immagine di san Zeno. Le belle parole medioevali sono rimaste sul cartiglio in rame in piazza Erbe, a futura memoria.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 19

Data: 28/07/2018

Note: E.Cerp.