Alessandro Poli

IL TESTIMONE. L’infermiere specializzato Alessandro Poli ha vissuto la transizione dal manicomio all’istituzione aperta
«All’inizio mi sembrava di essere solo un custode dei pazienti. Poi ho capito e ho iniziato a conversare con loro che si affezionavano e si offrivano per lavorare»
Ha appena 23 anni, Alessandro Poli, infermiere psichiatrico, quando nell’ottobre del 1969 varca i cancelli del manicomio di San Giacomo alla Tomba, sorto nel 1880 – seconda struttura del Veneto – come colonia ergoterapica che si basa, come forma di terapia, sul lavoro in campagna e nei laboratori di falegnameria, nell’allevamento o in sartoria: il lavoro scandisce le giornate e ordina la mente. Il San Giacomo è una cittadella indipendente, organizzata per piccoli padiglioni raggiungibili per viali a piedi o in bicicletta e dove lavorano medici (per decenni anche residenti lì con le loro famiglie, con il direttore nella villetta dirimpetto il portale d’ingresso) infermieri e suore per oltre un migliaio di pazienti. Non ci sono inservienti, le pulizie toccano agli infermieri che arrivano scaglionati per orari, maschi e femmine separati, per non agevolare l’intreccio di relazioni.Lì il giovane Poli, che oggi ha 72 anni, inizia la sua carriera di infermiere tra il reparto di osservazione, l’infermeria e il padiglione Tranquilli. «L’osservazione sembrava un reparto dozzinanti, era più piccolo degli altri, ma più nuovo, aveva i muri non rovinati e c’erano meno reti metalliche tra uno spazio e l’altro. L’infermeria ospitava, invece, i cronici: persone spastiche o cerebrolese. E chi segnava qualche punta di febbre. Poi il padiglione dei Tranquilli, con le stufe in terracotta con le griglie alla base per non rovinare il pavimento in legno, da cui talvolta, si vedeva il terreno sottostante». La struttura ha ormai quasi cento anni, infatti, e risente del logorio del tempo. «I primi giorni avevo un po’ di timore», racconta Poli, «il lavoro mi sembrava monotono e mi sentivo un guardiano: “Guarda lì, chiudi di là”. Non mi dava le emozioni del mio mestiere. Poi ho capito e ho tentato di fare conversazione con i pazienti. Qualcuno si affezionava e poi si metteva a disposizione per lavoretti. E girando da un reparto all’altro mi sono ambientato. E poi non c’erano mai pazienti da soli, c’era sempre qualcuno. Chi era solo andava un po’ in campagna o nel laboratorio di falegnameria insieme al personale, per fare dei piccoli lavori, anche solo per spazzare per terra, per non restare tutto il giorno in reparto. Era una forma di evasione». Si lavora in coppia al San Giacomo: «Un infermiere giovane e uno anziano. Un giorno ero in turno con un collega in collera perché era stato mandato al reparto Tranquilli senza preavviso. “Sono talmente arrabbiato che adesso chiedo a C. di suonarmi la fisarmonica”, disse. C. era un paziente che aveva la fisarmonica e suonava sempre gli stessi temi monotoni. Ma era restio. Il collega lo convinse, anche con qualche sigaretta, e lui suonò. Così all’infermiere passò l’arrabbiatura», ride oggi Poli. «La chiamerei una terapia del paziente sull’infermiere». C. è uno dei due ospiti con cui il giovane Poli instaura un rapporto particolare: «Un altro, era mite, un po’ limitato. Se gli facevo qualche domanda semplice, sui fratelli, rispondeva, ma se la domanda era più complessa cominciava a ridere e diceva cose strambe». Ma si vogliono bene, lì dentro, dove tutto è organizzato secondo regole ferree: «Ognuno di noi aveva un mazzo di chiavi con un numero di identificazione. Se si perdeva erano guai: si andava a rapporto dal direttore, si rischiava una nota negativa che poteva costare anche il licenziamento. I capireparto avevano anche una chiave speciale, per le stanze in cui erano custoditi medicinali, cartelle cliniche, alimenti». La fuga, infatti, arreca molti problemi e quando manca un paziente suona la sirena: «Si cercava nei dintorni, erano tutti allertati. Spesso erano gli infermieri a trovarli, a volte li riportavano i carabinieri, altre volte finivano a casa: un paziente una volta arrivò fino a Venezia e torno in taxi». Un bel salasso per la famiglia, comunque abbiente. Nel dicembre del ’69 la struttura è vecchia e si passa a Marzana dove Poli lavorerà, fino al 2000, quando andrà in pensione. Lì è tutto diverso: «Dicevamo di essere in Svizzera. Era tutto nuovo, ma con tante vetrate da pulire! I pazienti erano più liberi e ogni tanto un residente telefonava perché si trovava qualcuno in giardino. Uno, in particolare, nel periodo delle ciliegie, scappava sempre per andare a mangiarne».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 23

Data: 12/05/2018

Note: MARIA VITTORIA ADAMI - foto Marchiori