Un centro commerciale aperto durante una giornata festiva: non solo luogo di shopping ma punto di ritrovo

IL DIBATTITO. La proposta di legge del vicepremier Di Maio deve ancora essere precisata ma già provoca divisioni

Mion e Rossetto titolari di super mercati sono a favore. Tosano: «No, dovrei licenziare». Contrari i direttori dei grandi centri«Ci sarà sempre un posto dove andare a fare la spesa». Parole, quelle del ministro del Lavoro Luigi di Maio, che non trovano tutti d’accordo. Sebbene non sia ancora chiaro quello che stabilirà la legge promessa dal vicepremier – dallo stop alle aperture domenicali si è passati ieri a ipotizzare un meccanismo di turnazione in base al quale resterà aperto solo un quarto delle attività commerciali – il dibattito è acceso e le opinioni sono molto contrastanti. Ci sono gli operatori che il fatturato dei giorni festivi non lo vogliono perdere e quelli che pensano alle necessità dei consumatori. Quelli che sperano in un numero di chiusure “blando” e quelli che non vogliono che siano Regioni e Comuni a stabilirlo. E poi ci sono gli imprenditori che non vogliono licenziare dipendenti, altri che pensano alle loro famiglie e chi invoca l’insegnamento religioso, come Luigi Mion, consigliere di amministrazione dei supermercati Migross: «Lo diceva anche nostro Signore che la domenica si riposa. Lavorare quel giorno è socialmente dannoso». Quello che intende fare il Governo ancora non è chiaro, «l’importante è che la legge sia uguale per tutti», puntualizza Mion, «perché se tutti i negozi sono chiusi il consumatore si abitua. È una questione sociale», dice, «perché un conto è nel settore della sanità, dove per forza il servizio lo devi garantire sempre. Ma nel caso di supermercati e centri commerciali è diverso: ci sono migliaia di dipendenti costretti a lavorare, mamme e papà con figli a casa che devono gestire la famiglia a singhiozzo. Chiudere la domenica è anche nell’interesse dei consumatori perché per noi tenere aperto nei giorni festivi ha un costo, che si scarica ovviamente sui clienti».Questioni sulle quali la famiglia Mion fa leva anche nel comunicato diffuso ieri a firma Eurospin, catena di discount della quale è co-proprietaria: «Ci sembra importante prendere una posizione netta a favore della chiusura domenicale degli esercizi commerciali. Siamo coscienti che questo potrebbe comportare nel breve periodo un piccolo disagio da parte dei nostri clienti. D’altra parte», ammettono, «chiudere la domenica si tradurrebbe anche in un danno economico per Eurospin. La migliore qualità della vita dei nostri 18mila colleghi ci renderà, a medio termine, tutti più soddisfatti».Pure il gruppo Rossetto è sulla stessa linea: «A noi non dispiace una legge che preveda le chiusure festive, i costi sono alti», ammette Lorenzo Rossetto, amministratore delegato della Rossetto Trade. «Però», sottolinea, «deve essere una norma uguale per tutti: non può essere permessa l’apertura alle attività commerciali che si trovano in località turistiche, perché per noi sarebbe deleterio».Poi certo, non nega ci sarebbero disagi «per i consumatori che si sono abituati a questo servizio e per i dipendenti, perché dei tagli andranno fatti anche se non abbiamo ancora valutato quanti». Le idee chiare sui numeri li ha Anerio Tosano, presidente del gruppo di supermercati con sede a Cerea che porta il suo nome: «Se il governo ci impedisse di tenere aperto le domeniche e i giorni festivi dovremmo licenziare 300 dipendenti, per lo più giovani che hanno un contratto a tempo determinato». A lui e al figlio Andrea, amministratore della società, la prospettiva di dover chiudere nei giorni festivi i 14 punti vendita della catena non piace per niente, «sia per i nostri dipendenti sia perché la domenica è il secondo giorno della settimana in cui facciamo più incassi offrendo un servizio importante ai consumatori». Ne sono convinti anche i direttori di due centri commerciali della provincia. «Ci saranno sicuramente conseguenze nei flussi e nelle vendite», ammette Simone Grisi, che dirige Le Corti Venete di San Martino Buon Albergo. E aggiunge: «Una restrizione rispetto alla situazione attuale ci può stare, ma che non sia estrema. Soprattutto deve essere una legge che valga a livello nazionale e che non siano le Regioni a stabilire il numero di aperture altrimenti ci sarà un grosso problema di concorrenza».Marco Cingottini, direttore della Grande Mela, ne ha già parlato con alcuni negozianti: «Si perderà qualcosa nelle vendite, nella quantità di ore lavorate e quindi nel numero di dipendenti. E ci perderanno anche i consumatori, per i quali la domenica al centro commerciale è diventato ormai anche un’occasione di relax».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 11

Data: 11/09/2018

Note: FRANCESCA LORANDI