Qui passava l'Adigetto

Per scoprire una Verona, oltre che nascosta, anche sparita, si deve andare sul ponte di via Daniele Manin: è la strada che da metà di via Roma porta in via Marconi e che attraversa l’unico ponte rimasto su quello che fu l’Adigetto.

Era dedicato all’imperatore d’Austria Ferdinando, prima che, nel 1848, abdicasse in favore del nipote Francesco Giuseppe.
Dal parapetto destro si vede ancora parzialmente l’alveo prosciugato dell’Adigetto, oggi un tappeto verde, ben sistemato e pulito, quasi un giardino, sul retro dei palazzi di via Roma. Oltre restano solo le scolmature, nei pressi di via dei Mutilati e dietro la Gran Guardia, lungo la piccola strada denominata Interrato Torre Pentagona; come dice il toponimo, un interrato che non dà più l’idea di un letto di fiume.

L’Adigetto era un canale artificiale, con funzione di fossato esterno alla prima cinta di mura, costruita dal Comune medioevale nel 1157. Il suo tratto fu ricavato in un naturale avvallamento del terreno, a sud della città antica, probabilmente un antico alveo di rotta dell’Adige, diventato fossato già in epoca romana.
Questo ramo d’acqua usciva dalla riva destra, dove finiscono le regaste, nei pressi della chiesa di San Zeneto, poi proseguiva lungo il fossato sud di Castelvecchio e, di qui, attraversando un ponte, di cui è rimasta qualche traccia, percorreva il tratto a fianco di via Roma, ora coperto dagli edifici, correndo parallelo alle mura comunali, in via dei Mutilati, quindi lungo la Bra e via Adigetto (il toponimo è limitato a un piccolo tratto) e infine si riuniva all’Adige a valle di ponte Aleardi.
Il percorso di questo «ramo» dell’Adige può spiegare una definizione di Silio Italico, un poeta latino del I secolo dopo Cristo: «Verona Athesi circumflua» (Verona è circondata dall’Adige).

Oggi appare difficile anche da immaginare, ma è quasi certo che il centro storico della città romana fosse completamente avvolto dall’Adige per la presenza, oltre all’ansa, di questo fossato a sud: la città così doveva presentarsi come un’isola.
Anche se questo corso d’acqua aveva dimensioni ridotte, possedeva un carattere assai vivace: la sua piena del 1239, come ricordano le antiche cronache, causò il crollo della prima cinta comunale. Le mura furono subito riedificate da Ezzelino da Romano, in posizione leggermente più arretrata.
L’Adigetto è stato ridotto a corso sotterraneo, dopo la piena dell’Adige del 1882: poi, dopo la prima guerra mondiale, fu quasi del tutto interrato. Torniamo su ponte Manin, dove, sulla sinistra, superato l’anonimo edificio d’angolo, una scalinata porta in basso, probabilmente all’altezza delle rive dell’Adigetto, ma adesso al retro del Teatro Filarmonico, dove c’è una piccola torre merlata, uno dei pochi resti della cinta muraria comunale, e poi vi è la Casa del Mutilato, tipico esempio d’architettura littoria.
Dall’altra parte del ponte, il garage Fiat, ora in restauro, per trasformarlo in centro commerciale, dopo decenni di abbandono. Realizzato nel 1919 dall’architetto Ettore Fagiuoli, è un raro esempio di architettura industriale «Art Déco», con il bellissimo grande portale d’ingresso, nel quale sono rivisitati in chiave liberty moduli tradizionali dell’architettura rinascimentale veronese, come mensoloni, modiglioni e due clipei a motivi geometrici ornamentali. Superata la Bra, l’Adigetto correva al di qua del sistema di mura e di costruzioni addossate, tuttora esistenti.
Oggi si vede non solo la cinta muraria comunale, ma anche il formidabile sistema di edifici, un tempo militari, realizzato da Venezia nel Quattrocento, continuamente modificato e integrato dagli Austriaci. L’andamento della cinta, dalla Gran Guardia all’Adige, dove vi era una Torre, denominata della Paglia, seguendo il naturale corso dell’Adigetto, era irregolare, quasi ondulato. I fabbricati, addossati alle mura ebbero diverse destinazioni: caserma, ospedale, polveriera, tezone, mulino da polvere, granai, forni, scuderie, magazzini per munizioni.
Le caserme furono cinque (in epoca austriaca, ospitavano 1.483 soldati) e sotto l’Amministrazione Italiana, dopo l’annessione, si insediò il VI Reggimento Alpini.
Nell’odierna via Adigetto, due caserme sono state demolite negli anni Sessanta del Novecento per la costruzione dell’Anagrafe, nelle altre vi sono uffici comunali. Prima di arrivare all’Adige, nel nostro itinerario, ricordiamo la bella edicola romana, in via Ponte Rofiolo (il toponimo pare derivi da una popolare denominazione dell’Adigetto, «rio fiol», rivo figlio), dove c’era l’omonima porta con il Palazzo del Capitano: è un grande blocco di monumento funerario del I secolo dopo Cristo, con quattro busti di ritratti maschili entro nicchie ad archi. E.CERP.

L’ENIGMA DELLE
TESTE MOZZE   tratto da Telenuovo TG VR 25/10/2017

 Chissà quante volte li avrete notati, ma senza… vederli. Quattro busti in marmo in una cornice appesa al muro secoli fa.

Siamo in Via Del Pontiere, all’incrocio con Via Pallone, sulla destra dell’arco nelle mura, all’ingresso del tratto pedonale che tra una panchina (sporca) e un albero (raro) ci porta dritti al fiume, verso Ponte Aleardi.

Quattro nicchie arcate contenenti, ciascuna, la sua testa mozza.

Si tratterebbe di un monumento funebre o di un’edicola votiva del I secolo dopo Cristo; il condizionale è d’obbligo, perché la storia è avvolta dal mistero. Nessuna iscrizione, nessun documento; solo tanta curiosità attorno a questi personaggi, consumati dagli anni e dallo smog. Sono sicuramente ritratti maschili, ma non capiamo se siano felici o arrabbiati, fieri o truci. Semplicemente, enigmatici. Come enigmatico è il toponimo del luogo: Via Ponte Rofiolo. Ma il ponte… dov’è?

La storia è certa, le ipotesi plausibili.

Torniamo al tempo in cui, dove ora camminiamo sulla terraferma, c’era l’Adigetto, un canale artificiale realizzato da un antico alveo di rotta dell’Adige, che, in epoca romana, chiudeva a sud il centro storico. Il fiumiciattolo deviava all’altezza di San Zeneto, sulle Regaste, proseguiva lungo il fossato sud di Castelvecchio, fiancheggiava Palazzo Carli (dove oggi si vede un tappeto erboso), scorreva sotto il ponte di Via Daniele Manin, lungo Via Roma arrivava all’Interrato Torre Pentagona, proseguiva nell’odierna Via Adigetto (indirizzo dell’Anagrafe) e si rituffava in Adige all’altezza di Ponte Aleardi. In questo modo, la città antica, compresa tra l’ansa del fiume e questo ramo secondario, doveva presentarsi come un’isola. L’Adigetto rinforzava a modo suo la difesa della città, in quanto fossato esterno alla cinta muraria comunale, quella sì ancora ben visibile. Venne completamente interrato dopo la Prima Guerra Mondiale.

Quindi, tornando a noi e alle nostre teste mozzate, il fiume c’era e il Ponte Rofiolo pure. Il toponimo è curioso e viene giustificato da alcune ipotesi, che ci fanno giocare con le parole, la grammatica e la fantasia.

La prima deriva da una popolare denominazione dell’Adigetto, considerato “fiumiciattolo figlio” dell’Adige. Quindi unendo “rio” (sostantivo maschile singolare) al latino “filius” (distorto nel dialettale “fiol”) ecco il neologismo “riofiolo”. Da qui a Rofiolo, il passo è breve.

La seconda ipotesi è decisamente meno simpatica, perché ci racconta di un omicidio.

I quattro volti sarebbero quelli di un padre e dei suoi tre figli, forse operai addetti alla costruzione del ponte. Al termine dei lavori, a causa di una diatriba familiare per motivi economici – il papà non avrebbe dato la mancetta ai ragazzi – i figli si sarebbero vendicati, uccidendolo. Ogni figlio sarebbe dunque un parricida, “reo” (aggettivo maschile singolare, cioè cattivo, ostile) colpevole della morte del padre. In tal caso, il latino “reo filio” con forzatura dialettale diventerebbe “reo fiol” poi plasmato in “rofiolo”.

Due strade parallele che si incontrano nello stesso punto: a voi la scelta di far scorrere acqua o sangue.

Innocenti o colpevoli, i quattro se ne stanno appesi per strada nell’indifferenza generale, a discorrere di tempo, traffico, di una città che cambia.

Io mi incammino verso l’Adige perché sono curiosa di vedere dove l’Adigetto sfociava nel fiume. Eccolo lì, lo sbocco, a valle di Ponte Aleardi, seminascosto dalle piante. Un arco in mattoni rossi sotto lo sguardo attento e fiero del Leone di San Marco, in bassorilievo sull’argine, a guardia e monito di chi entrava via fiume nella città scaligera, prezioso dominio della Serenissima Repubblica di Venezia. Ma questa è tutta un’altra storia.

Susanna Carli

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