Nella foto d'archivio, Fabio Lugoboni a un convegno sulla droga di qualche anno fa

IL CASO. È bufera sul progetto del Dipartimento dipendenze dell’Ulss 9. Scende in campo anche «La città che sale»
Lugoboni contro Serpelloni: «Si scaricano le responsabilità sulle famiglie, con effetti devastanti». Critici anche glistudenti. Plaude Famiglia e futuro: «Segnale educativo»
«Una campagna sconsiderata». Fabio Lugoboni, responsabile di Medicina delle dipendenze dell’Azienda ospedaliera universitaria Verona, boccia così, senza mezze misure, il test antidroga nelle scuole medie e superiori sulla base del protocollo messo a punto dal Dipartimento delle dipendenze dell’Ulss 9 diretto dal dottor Giovanni Serpelloni. Fortissimi dubbi sul drug test nelle scuole li aveva espressi, tra l’altro, anche l’assessore ai Servizi sociali e all’istruzione, Stefano Bertacco. Lugoboni, da parte sua, invita a «non fare un uso terroristico delle statistiche». E spiega: «Secondo i dati Espad, il sistema europeo di sorveglianza sulle droghe nei giovani, circa il 30 per cento degli studenti italiani ha usato droghe, soprattutto cannabinoidi, ma che “solo” il 2,7 dei casi, nel caso della cannabis, ne fa un uso continuo. E i nostri dati sugli studenti veronesi, raccolti con questionari molto accurati, ci raccontano una realtà non diversa dal resto d’Italia». La campagna di prevenzione promossa dal Dipartimento dell’Ulss 9, a favore della quale si era espresso anche il dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale Albino Barresi che, da parte sua aveva sottolineato che «il protocollo tutela la libertà di aderire per presidi, genitori e ragazzi», secondo il responsabile di Medicina delle dipendenze dell’azienda ospedaliera, rischia di «scaricare sulle famiglie un dato che non sono in grado di decifrare e affrontare adeguatamente». E aggiunge: «Pensiamo alle famiglie di genitori separati, quale effetto devastante, di rimpallo di colpe, avrà questo dato? O anche la semplice comunicazione che il figlio o la figlia si è rifiutato di sottoporsi al test? I genitori, nei confronti di un figlio che usa droghe hanno un canale prezioso da utilizzare: il dialogo e quando questo non basta devono intervenire gli specialisti. Ma», conclude Lugoboni, «non è la strada indicata da chi ha intrapreso questa sconsiderata campagna». Intanto, anche la Rete degli studenti medi liquida il test antidroga. Perché, affermano, «la scuola è il luogo della cultura e come tale, crediamo sia necessario che la prevenzione venga insegnata e donata tramite la cultura stessa, madre del pensiero critico, e non con il terrore».Molto critico anche Alberto Battaggia, presidente dell’associazione “La città che sale”. «Si prevede l’ingresso nelle scuole di personale sanitario estraneo a un contesto educativo, è assente un piano di supporto alle famiglie e, per di più, non risulta testato: quando mai si usano come cavie gli stessi adolescenti destinatari?». Battaggia definisce «sconcertante» poi, che «si preveda l’impiego di cani nelle scuole e sugli autobus non sulla base di un sospetto fondato, ma preventivamente, secondo una concezione militare della lotta alla droga: inaccettabile in una comunità civile e in un contesto così fragile come quello educativo adolescenziale». Si schiera a favore, invece, Filippo Grigolini presidente di Famiglia è Futuro: «È devastante che un ragazzino si droghi, non che i genitori lo sappiano dai medici. I controlli antidroga nelle scuole sono un inequivocabile segnale educativo in controtendenza rispetto alla linea politica nazionale degli ultimi anni, distruttiva in termini di politiche giovanili, culturali e di salute nonché di contrasto alle tossicodipendenze».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 10

Data: 8/02/2020

Note: Enrico Santi