LA VERONA NASCOSTA. Scoperta a Palazzo de’ Stefani in via Leoncino

Individuata una seconda torre romana in un’ala della dimora di proprietà della famiglia Stevanoni. Qui si vede anche un tratto del muro di Gallieno-Teodorico

In via Leoncino riappare una seconda torre romana, una delle quaranta con funzione di sola difesa. Altre otto, invece, avevano alla base un accesso alla città. La costruzione si trova in un’ala di Palazzo de’ Stefani adibita a magazzino, un’area che conserva anche un tratto del muro di Gallieno-Teodorico. Una decina di metri più a sud si apre una pagina di storia tutta da scoprire: potrebbe essere il luogo dove Attila nel 452 d.C. è riuscito a creare una breccia ed entrare in città. Palazzo de’ Stefani è costituito da un’insieme di edifici di valore storico-artistico e richiama rilevanti vicende urbanistiche ed economiche della città. Oggi è tutelato con provvedimento ministeriale del 7 luglio 2004 e nelle intenzioni di Riccardo Stevanoni, progettista del restauro generale e la cui famiglia è proprietaria, c’è la disponibilità ad un «progetto con attività culturali aperte al pubblico con accesso anche da via Leoncino attraverso l’apertura di un antico vicolo», oggi parte interna dello stesso edificio. Il vicolo ricalca uno dei passaggi pedonali di epoca romana che erano parte della torre rimasta integra sino a circa 20 metri di altezza. Le due torri romane sono parti di un esteso compendio immobiliare appartenuto alle famiglie Turchi, Sagramoso e Seitz e riprendono un tratto della prima cinta muraria costruita in laterizio e larga alla base 3,60 metri. Una di esse è fornita di un passaggio per i carri e di due per i pedoni, mentre l’altra ne è priva ed aveva la sola funzione di difesa. Di fronte, è conservato il monumentale «murazzo», il muro attribuito a Gallieno-Teodorico che fino alla fine dell’Ottocento resterà invalicabile. Le due strutture romane sono i lati di un ambiente coperto, oggi destinato a magazzino. Vicino al porticato si trova un solaio a doppio ordito del Quattrocento sorretto da un’unica trave decorata del tutto simile ad un’altra posta nel soffitto della sala XII della galleria Giorgio Franchetti, alla Ca’ d’Oro di Venezia dove si trovano 24 pannelli lignei dipinti a tempera che, stando alle fonti documentarie, erano parte di un soffitto di Palazzo de’ Stefani. Tra le pagine di storia che non trovano conferma c’è una descrizione di Giovanni Battista da Persico del 1820 che riporta opere ad olio di Felice Brusasorzi. La fase più importante di modificazione del Palazzo si ebbe nel Cinquecento, quando le due torri romane persero la loro funzione difensiva e furono inglobate nella struttura destinata ad abitazione. Di questo periodo è anche la scala per salire dalla Loggia al primo piano. Altre due piccole scale sono state ricavate nello spessore del muro di Gallieno-Teodorico con funzione al piano nobile e alla gestione padronale, una è medievale e l’altra ottocentesca. Nel passato, l’edificio potrebbe essere stato pensato come opificio con saloni di rappresentanza lussuosi e decorati con arazzi. I soffitti saranno affrescati più tardi da un artista vicino all’opera di Giorgio Anselmi, pittore del Settecento allievo di Antonio Balestra. Il Palazzo accolse un laboratorio legato al mondo della seta di proprietà di Maria Seitz di Monaco di Baviera. «Ci sono molti collegamenti», dice Stevanoni, «con il mondo della seta. Lo stesso Palazzo sorge negli anni in cui la Repubblica di Venezia aveva autorizzato con uno statuto la formazione dei setaioli veronesi. I de’ Stefani rileveranno lo stabile nel 1857 con l’intento di modernizzare la già presente erboristeria e, in seguito, di avviare un laboratorio farmaceutico». Nei muri del Palazzo si incontrano anche pietre molto più antiche, come quella che si trova nell’ingresso e che proviene da un arcovolo dell’anfiteatro. Ci sono anche testimonianze delle attività produttive interne, come la «presenza di fuliggine nei travicelli nella stanza con il solaio a doppio ardito del Quattrocento». «Le analisi eseguite da un laboratorio specializzato», continua Stevanoni, «hanno rilevato nei campioni una consistente quantità di potassio e di ferro. Questo, fa pensare a grandi vasche di acqua bollente dove erano immersi i bozzoli per districarli». In una delle stanze è custodita una cassaforte del Quattrocento ancora funzionante e su un lato sono stati ritrovati alcuni affreschi che raffigurano un putto e un volto. Le decorazioni al soffitto avevano inserti in oro zecchino. «Questo luogo», dice Stevanoni, «era conosciuto nel Cinquecento come “Torrazzo di Fiorina”, una meretrice nota in alta Italia». Le stanze del piano nobile conservano alle finestre gli scuretti originali di fine Settecento ed uno degli affreschi sul soffitto raffigura elementi che richiamano una probabile attività svolta nel passato all’interno del palazzo: sono agrumeti e disegni legati alla natura. Ci sono anche alcune specie di volatili che ancora non sono state indagate. Forse, però, una pagina di storia inedita potrebbe ancora celarsi nel cortile del Palazzo: una pietra riportata alla superficie è parte di un muro ancora interrato. «Potrebbe trattarsi di una cinta muraria antecedente a quella repubblicana. Probabilmente, la prima della città. L’invito è ad indagare», conclude Stevanoni.

 

Marco Cerpelloni

Tratto da: arena-cultura- pag.49

Data: 9/07/2017

Note: M.Cerpelloni