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IL PROFILO. Nato a Pastrengo 93 anni fa si laureò al Politecnico di Milano nel 1944. Ha rimesso a posto Ponte Pietra e Castelvecchio fatti esplodere dai tedeschi.

Libero Cecchini: «Lo spazio dell´architettura esiste già in natura: bisogna tirarlo fuori ricordandosi della storia del luogo».

È stato l´architetto della ricostruzione di Verona dopo la guerra. Solo questo meriterebbe un dossier più che una sintesi giornalistica per parlare della vita professionale di Libero Cecchini, 93 anni, una carriera che va dalla ricostruzione di ponte Pietra e di Castelvecchio fatti saltare in aria dall´esercito tedesco in fuga il 24 aprile del 1945, alla sistemazione del cortile del tribunale, di San Procolo, della pieve di San Giorgio di Valpolicella, il complesso monastico di San Zeno alla progettazione di edifici pubblici alla cittadella storica di Cagliari.

L´IDEA GUIDA di Libero Cecchini si riassume in quattro parole: natura, paesaggio, archeologia e materia. «Serve rispetto di tutti questi elementi», spiega Cecchini con la sua affascinante lucidità intellettuale carica di memoria e di esperienza, «e rispetto per la storia. Lo spazio dell´architettura esiste in natura e sta all´architettura delinearn! e il profilo». Ed esemplifica: «Quando con il soprintendente Piero Gazzola, quello che supplicò i tedeschi di non far saltare i ponti di Verona e rischiò, per questo, di saltare in aria con essi, mi chiamò per ricostruire ponte Pietra e il ponte di Castelvecchio, ci domandammo se fosse più giusto ricostruire com´era o progettare dell´altro. Ci sembrò più giusta la prima opzione perchè significava rispettare l´esistenza storica del territorio, tornare a leggere la continuità delle strutture. Lo facemmo andando a recuperare i materiali negli stessi luoghi dove li avevano presi gli antichi costruttori perchè in buona parte quelli dei ponti si erano sbriciolati».
UNO DEI SUOI INSEGNANTI fu il grande architetto Ettore Fagiuoli. «Fu lui che insistette perchè io andassi al Politecnico dopo il liceo artistico», racconta Cecchini. «A Milano conobbi Gazzola, allora assistente del corso di restauro. Divenuto soprintendente a Verona mi volle con s! è nell´allestimento delle protezioni dei monumenti vero! nesi durante la guerra». Ma l´altro grande maestro della sua vita è stato il padre Beniamino, emigrato in gioventù nel Vermont a lavorare il granito (e in America conoscerà e sposerà una giovane bresciana di Botticino) e poi tra i fondatori della prima cooperativa di lavoratori a Sant´Ambrogio, paese di cui poi divenne sindaco. Qui il piccolo Libero venne istradato alla cultura del amrmo e sarà qui che farà aprire una scuola per i giovani lapicidi.
L´EVOLUZIONE della città Cecchini l´ha vista tutta. «La gente di Verona era abituata a vivere in una città chiusa tra le mura e i primi ad uscire furono i professionisti che andarono a popolare Borgo trento, agli inizi punteggiato di villette Liberty e casette. Nella ricostruzione post bellica abbiamo però perso il controllo del paesaggio di Borgo Trento e lo abbiamo riempito di case. D´altro canto questo ha impedito di sfasciare il centro storico».
SOCIALISTA da sempre, l´! ;architetto Cecchini è stato ispiratore delle case per anziani dotate di servizi. Nel 1966, come presidente di Agec, volle nei quartieri case dedicate agli anziani dotate di servizi come l´ambulatorio medico. Tra i suoi lavori molti i progetti di case di riposo e centri polifunzionali per anziani e disabili. «Dalla cultura dobbiamo tirar fuori il nostro avvenire», spiega, « e bisogna agire sulla scuola». Cecchini è stato anche strenuo difensore della collina intorno a Verona difendendolo dalle pressioni della speculazione edilizia. Fu lui a elaborare con Gazzola il piano della collina inserito nel piano regolatore di Verona, comprendente una zona verde dove fosse proibito costruire.
LA SERENISSIMA Repubblica di Venezia, ricorda Cecchini, «ebbe grande cura del territorio e istituì il magistrato alle acque, ente che in anni recenti è stato saccheggiato e depredato. Invece va ripreso il controllo del territorio e va ripreso il progetto del collegamento fluv! iale tra le province venete. Bisogna rimettere mano a quei piani di rec! upero e valorizzazione urbanistica per i quali la Provincia arrivò ad allestire anche un apposito ufficio. Poi, però, si buttò via tutto, compresi gli studi già fatti, perdendo i finanziamenti europei».
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Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 14/02/2013

Note: CRONACA – Pagina 20