CINEMA IN LUTTO. Malato da tempo, il regista si è spento nella sua abitazione ad Asiago. Funerali in forma privata.
Vinse due volte il Leone d’oro (uno alla carriera nel 2008) e la Palma d’oro per «L’albero degli zoccoli». Il suo ultimo omaggio al cardinal Martini

Il regista Ermanno Olmi, nato a Bergamo il 24 luglio 1931 e morto ieri ad Asiago
Ha scelto un giorno di primavera per andarsene, nel suo altipiano di Asiago, tra quei boschi e quei monti che aveva amato, con la moglie vicino, con i figli amatissimi nel pensiero. Così ci ha lasciato Ermanno Olmi, il gigante della montagna, il regista degli ultimi, una delle voci più pure e originali della cinematografia italiana. Nato il 24 luglio 1931 a Bergamo, ha vinto due volte il Leone d’oro (quello alla carriera nel 2008), con la Palma d’oro del 1978 per «L’albero degli zoccoli» è diventato una star internazionale, con «Il mestiere delle armi» (2001) ha scritto una delle pagine più alte del pensiero cinematografico moderno. Eppure è sempre stato uomo umile e sorridente, cattolico senza spocchia, pensatore contadino come amerebbe che di lui ci si ricordasse. Ha sperimentato la povertà (figlio di ferroviere è rimasto orfano durante la seconda guerra), il lavoro in fabbrica (alla Edison Volta che ricordava sempre come scuola di vita e di mestiere), la malattia che all’inizio degli anni ’80 lo avrebbe segnato per sempre, il successo e il fallimento (come quando «Il segreto del bosco vecchio» con Paolo Villaggio fu stroncato da molti appena dopo il trionfo nel 1988 del precedente «La leggenda del santo bevitore»). L’ultimo suo lavoro, «Vedete? Sono uno di voi» nel 2017, è uno splendido atto d’amore per il Cardinale Carlo Maria Martini. Dopo il liceo, per studiare e per lavorare, si trasferisce a Milano iscrivendosi all’Accademia d’arte drammatica e trovando impiego, grazie alla madre, come fattorino alla Edison. Tra il 1953 e il 1961 girerà oltre 40 documentari che fissano bene i caratteri del suo cinema: attenzione agli individui e alle loro storie di lavoro e fatica, narrazione senza retorica, sommessa commistione tra documentazione della realtà e fantasia nel tracciare storie e personaggi. L’approdo naturale sarà il lungometraggio con «Il tempo si è fermato», manifesto e capolavoro del 1959 che precorre il rinnovamento del cinema italiano pedinando con discrezione autobiografica l’amicizia tra uno studente e il guardiano di una diga. Due anni dopo, con una cooperativa di appassionati tra cui l’amico Tullio Kezich firma «Il posto», emblema di un cinema che non si distacca mai dalla realtà quotidiana narrando la ricerca del primo impiego da parte di due ragazzi. Il film vince il premio della critica alla Mostra di Venezia e fa di Olmi un cineasta a pieno titolo, anche se (a differenza di molti della sua generazione) Olmi non si trasferirà mai a Roma e non apparterrà mai a una delle storiche «famiglie» di Cinecittà e dintorni. Con «L’albero degli zoccoli» (prodotto dalla Rai) vince la Palma d’oro a Cannes e poi il Premio Cèsar. Affresco storico quasi manzoniano della civiltà contadina padana, il film farà di lui il cantore della memoria e del mondo rurale, ma in realtà il suo cinema ha una prospettiva universale e ben più ampia come confermano il successivo «Camminacammina», il Leone d’oro «La leggenda del santo bevitore» (1968, da un racconto di Joseph Roth sceneggiato con Tullio Kezich) l’allegorico «Lunga vita alla Signora» (1987), e due capolavori indimenticabili come «Il mestiere delle armi» (2001) e l’ultimo «Torneranno i prati» (2014), entrambi dedicati alla follia della guerra ed entrambi di diritto nella grande storia del cinema mondiale. Dal 2007 aveva dichiarato di voler abbandonare il cinema a lungometraggio per concentrarsi solo sul documentario, ma così non fu fino all’ultimo. Eppure è proprio nel rapporto senza mediazioni con l’uomo e con la natura che Ermanno Olmi si riconosceva. Come desiderava, i funerali di Olmi si svolgeranno in forma strettamente privata.

Tratto da: L'Arena - cultura - pag. 50

Data: 8/05/2018