Il crollo demografico fotografato dall’Istat «non ci desta sorpresa. È un fenomeno che era stato ampiamente annunciato e affonda le proprie radici negli anni Settanta-Ottanta».Parla Paola Di Nicola, docente di Sociologia della famiglia all’Università di Verona. Il vistoso calo delle nascite e della popolazione residente che si registra a livello nazionale si ripropone tale e quale, in scala minore, nella nostra città e provincia.Ma, come avverte la sociologa Di Nicola, non bisogna fare l’errore di additare solo le culle vuote di oggi, imputando la «colpa» della decrescita unicamente alle coppie e alle donne attuali. Perché, se è vero che il tasso di fertilità è bloccato ormai da molto tempo (1,2 – 1,3 figli ciascuna), le stesse donne in età riproduttiva sono oggi in numero inferiore rispetto alla popolazione femminile di trent’anni fa. Meno donne, meno bambini. In questo senso il fenomeno viene da lontano. E poteva essere previsto decenni fa, nonostante la politica italiana se ne sia sempre disinteressata».Un po’ di numeri tratti ancora dalle tavole Istat per inquadrare la realtà scaligera. È ormai da qualche anno che in città si assiste al record minimo delle nascite. Nel 2018 i fiocchi rosa e azzurri appesi entro i confini del Comune sono stati 1.925 (7.577 nell’intera provincia). Negli anni Sessanta erano il doppio.Ma basta risalire anche solo a vent’anni fa per contare 2.195 nuovi nati in città; 8.012 considerando la totalità del Veronese, con un calo di neonati ai giorni nostri rispettivamente del 12 e del 6 per cento.Il problema dunque prende le mosse dal minor numero di donne in età fertile. La popolazione femminile compresa nella fascia 14 – 49 anni, nel 2018 era formata da 199.889 persone sui 922.821 abitanti complessivi della provincia; numero che scendeva a 52.425 contando solo le donne fra i 32 e i 40 anni, periodo della vita femminile in cui in media si concentrano i concepimenti e i parti. Se, poniamo, oggi le veronesi di 30 anni sono 4.975, le sessantenni (quindi la classe delle loro madri) sono 5.977: quasi il 17 per cento in più. A livello cittadino la forbice si allarga: 1.371 trentenni contro 1.695 sessantenni, con un distacco che sfiora il 20 per cento.«A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, la famiglia italiana inizia una radicale trasformazione», spiega Di Nicola. «Le donne studiano molto di più rispetto alle proprie madri, entrano in massa nel mondo del lavoro, cominciano a prorogare l’età in cui partoriscono il primo figlio. Quello è anche il periodo storico in cui si diffonde la contraccezione chimica, che per la prima volta rende le donne pienamente padrone di decidere se e quando concepire».«Risultato, le donne fertili degli anni Settanta e Ottanta hanno avuto molti meno bambini rispetto alle generazioni precedenti», continua la docente. «Ma la popolazione, all’epoca, ha “tenuto” perché quelle donne erano numerose. I nodi sono venuti al pettine a distanza di trent’anni. Infatti oggi, a fronte di un tasso di fertilità invariato, le donne fertili sono poche. Ed ecco il crollo demografico».Come reagire? «Attenzione», risponde Di Nicola. «Nessuno dica che le donne devono tornare a casa a occuparsi solo dei figli. Al contrario, si è osservato che il tasso di fertilità aumenta insieme a quello occupazionale, soprattutto in presenza di buone politiche di conciliazione famiglia-lavoro, non solo per le mamme, ma anche per i papà: cosa che, in Italia, non è mai esistita».Sul fronte dell’immigrazione, «è errato gridare alla “sostituzione” degli italiani con gli stranieri», conclude l’esperta. «Il loro apporto sarebbe molto positivo per ridare vigore al nostro tessuto sociale. Ma solo se “importassimo” coppie o interi nuclei familiari, e non solo individui maschi come spesso accade».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 17

Data: 4/07/2019

Note: L.COS.