Una foto storica che documenta il recupero dei resti degli «infoibati» dopo la Seconda guerra mondiale

GIORNO DEL RICORDO. Oggi lo storico Pupo all’Istituto in via Cantarane
Amministrata dall’Ungheria e il suo distretto dalla Croazia, poi i drammi del secondo conflitto mondiale

Parlare di Fiume nel 2019 significa naturalmente evocare l’impresa di Gabriele d’Annunzio che nel settembre di cent’anni fa occupava la città adriatica assurta a simbolo della «vittoria mutilata», ne reclamava l’annessione all’Italia e vi instaurava la Reggenza del Carnaro sfidando per sedici mesi governo di Roma e diplomazia mondiale. In realtà Fiume, come Salonicco, Smirne, Koenigsberg e tutte le città trovatesi sul crocevia degli sconvolgimenti generati dalla Grande Guerra, sottoposte nel giro di qualche decennio a svariati cambi di bandiera e private della loro multiculturalità, può raccontare molto più di un singolo episodio ergendosi ad archetipo dei travagli ideologici e identitari che hanno segnato il Novecento, «secolo breve» ma ancora in grado di proiettare inquietanti ombre sul nostro futuro. Questa chiave interpretativa è stata adottata da uno tra i massimi studiosi delle vicende legate al nostro confine orientale, Raoul Pupo, autore di un magistrale saggio (Fiume città di passione, Laterza, pp. 328, euro 24) che per respiro interpretativo e vastità di orizzonti prospettici si pone al livello di opere che hanno fatto la storia della storiografia, come quelle di Bloch o Braudel. Pupo sarà oggi, sabato, alle 16.20 nella sede dell’Istituto storico per la storia della Resistenza, in via Cantarane.La Fiume di d’Annunzio e della sua «penultima ventura» occupa naturalmente un ruolo centrale con tutti gli elementi che concorsero a quella poliedrica esperienza: palestra di golpismo, moderno palcoscenico per un capo carismatico in dialogo con le masse, ennesima riproposizione della dinamica regolari-irregolari, «città di vita» senza freni inibitori, eccitante Woodstock patriottica, laboratorio di un patriottismo rivoluzionario d’impronta mazziniano-garibaldina nel quale, verità a lungo rimossa, si sarebbero formati molti antifascisti.Città caratterizzata da un fortissimo municipalismo, dove si parlava un dialetto veneto ma vivendo in perenne competizione con Venezia e Trieste, dove la linea di faglia era tra la popolazione di lingua e cultura italiana e quella croata ma lo stato di riferimento sarebbe stato l’Ungheria asburgica, Fiume si offrirà in più di un’occasione come modello dei paradossi tanto cari all’«Austria felix».Si inizia nel 1779 con la formula teresiana del «corpo separato» che, garantendo autonomia alla città, l’affida alla protezione ungherese e la sottrae ai croati, senza dimenticare che i monarchi d’Austria, Ungheria e Croazia erano la stessa persona. E si continua con il «rescritto» del 1870 quando, a conferma di quello che scriveva Musil dei burocrati di Vienna, ovvero che il loro metodo per uscire dalle difficoltà stava nel non risolverle, si decise che provvisoriamente – in realtà fino al 1918 – Fiume venisse amministrata dall’Ungheria e il suo distretto dalla Croazia.Ma quel che più colpisce in relazione alle vicende successive è l’assenza della città dalle rivendicazioni degli irredentisti che parlavano di Trento, Trieste, Zara, Spalato, non di Fiume; assai curioso per un luogo destinato a diventare icona e pegno della «più grande Italia». D’altro canto la componente latina, di sangue o d’adozione, restava fortissima e agguerrita lottando per difendere la propria identità, opponendosi a quello che veniva percepito come un nemico più pericoloso dell’Austria, i croati. A guerra finita e vinta con il contributo anche di tanti fiumani andati a combattere in divisa italiana, la situazione era dunque matura per fare della città bellamente dimenticata da Salandra e Sonnino alla stipula del patto di Londra, nel 1915, un luogo cruciale per affermare l’aspirazione dell’Italia al dominio dell’Adriatico e al ruolo di potenza di riferimento per gli stati nati dalla disgregazione dell’impero asburgico. Calato il sipario su d’Annunzio e sui suoi legionari, trascorsa la stagione diplomatica che va dal trattato di Rapallo (l’escamotage dello staterello indipendente) a quello di Roma (annessione con il placet di Belgrado), soffocati gli ultimi conati autonomisti, su Fiume le luci sembrano spegnersi mestamente nel segno della contraddizione tra il fortissimo carico simbolico attribuito a quell’estremo lembo della patria e la sua assoluta marginalità economica e politica. Il tutto nella cornice di un’Italia fascista che farà sentire la sua presenza più che altro con l’imporre una dura politica di compressione culturale nei confronti dell’elemento slavo tradottasi poi in feroce repressione allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Fiume torna tragicamente alla ribalta l’8 settembre 1943 quando, strappata all’Italia, finirà governata solo da occupanti, tedeschi prima, jugoslavi poi. Nel mezzo le vicende di una Resistenza difficilissima, segnata com’è da linee di tensione etniche che attraversano trasversalmente i due fronti contrapposti, e, a guerra finita, il fragile tentativo di resuscitare l’antico autonomismo. Quando Stalin verrà informato dell’esiguo numero di questi patrioti fiumani scoppierà a ridere replicando: «affogateli tutti»; battuta prontamente tradotta in realtà dall’Ozna, la polizia politica di Tito, che inizierà a far pulizia a colpi di omicidi applicando la regola: italiano uguale fascista nemico del popolo. Tra le vittime, esemplare la storia di Angelo Adam, ebreo, antifascista confinato a Ventotene, esule a Parigi, tornato a Fiume per combattere contro i nazifascisti, deportato a Dachau, rientrato a luglio del 1945 e subito gettatosi nell’agone politico. Arrestato insieme alla moglie il 4 ottobre sparirà nel nulla.Che per gli italiani a Fiume non tirasse una buona aria lo dimostrano i numeri di un esodo che li vedrà passare dai 25.319 del 1948 ai 1.917 del 1981. Ma Fiume non sarà un luogo salutare neanche per quelli che volendo vivere in pienezza i fasti del socialismo reale vollero fare il percorso inverso, come gli operai comunisti trasferitisi da Monfalcone a Fiume e accolti a braccia aperte, ma solo fino al giugno del 1948, quando Tito viene scomunicato da Stalin. I «monfalconesi» decidono di restare fedeli al Cominform e sfilano per le vie della città cantando l’Internazionale, ovviamente in italiano. Il loro destino è segnato e si chiama Goli Otok, l’isola gulag dove si provvederà a «rieducarli», o a eliminarli. Così, come l’acqua che senza fine, «Indeficienter», scorre in mare dall’anfora raffigurata sullo stemma di Fiume, la storia continua ad affascinarci e ad ammonirci sui disastri prodotti dall’anteporre all’essere umano confini, etnie e ideologie.

Tratto da: L'Arena - cultura- pag. 47

Data: 9/02/2019

Note: Stefano Biguzzi