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PALAZZO MAFFEI. Stasera è in un concerto privato con il gruppo La Voce del Rengo per «Juliet Academy»
Rossari, tenore classe 1917, ha vissuto la guerra «Ho sempre amato la musica e l’opera in Arena»

Giancarlo Rossari (al centro vestito di scuro) prova con il coro La Voce del Rengo

Diplomato maestro a 18 anni, ha insegnato su e giù per le montagne del veronese. Ora che invece ne ha 97, portati magnificamente, lo splendore di quei luoghi ameni e la maestosità delle cime le celebra cantando, come del resto ha fatto per tutta la vita dato che la sua passione è il canto. Classe 1917, Giancarlo Rossari ci tiene sempre a dire che nel suo albero genealogico c’è un antenato che era amico dello scrittore Alessandro Manzoni e ne ha vista correre di acqua sotto i ponti, e non solo sotto quelli di Verona questo signore dall’ugola d’oro, ancora intonata e modulata. Figlio di ferroviere, Giancarlo è uomo saggio e sempre sorridente che ha vissuto il dramma della guerra e le difficoltà della ricostruzione.
Stasera il tenore Rossari si esibisce in un concerto privato con il suo coro La Voce del Rengo a Palazzo Maffei ospite del salotto culturale Juliet Academy e quando ogni lunedì dalle 15,30 alle 17, si esercita alle prove del gruppo nella sede del Cai nei pressi di Piazzetta Santa Toscana a Porta Vescovo, ci va in auto accompagnato dall’amico Oreste del Zovo che canta con lui nel veterano coro composto tutto da uomini dai 65 ai 97 anni, appunto l’età del «nonno di tutti». «Silenzio» dice solenne, quando alle prove magari ci si perde un po’ in chiacchiere prima di iniziare a fare il riscaldamento, ed è subito silenzio. O meglio. Il La.
«Dopo i classici Tosca e Bohème, la mia opera preferita è La fanciulla del West. Le canzoni popolari del passato che mi stanno a cuore invece sono Ve saludo Madonina, Monti Carpazi, Angelina, bela Angelina. Poi c’è la Ninna nanna di Schubert che mi commuove» confida Rossari, due volte sposato e due volte vedovo, ultimo nato di quattro, due fratelli e due sorelle, e con tre figli.
«Dopo aver insegnato per solo un anno alle elementari di montagna, da ragazzo ho fatto la scuola ufficiali a Cesena. Durante la Seconda Guerra ero sottotenente e sono scampato alla morte» prosegue. «Mi trovavo in Romania ed è arrivato l’ordine di spedirci in campo di sterminio in Germania, ma quando ci trovavamo già sul treno, è arrivato il contrordine ed abbiamo evitato il lager. Quando penso alla guerra mi vedo ancora in Polonia, in Russia fino i confini col Don, e ai confini con l’Olanda. Poi sono stato in prigionia in vari posti insieme ad altri ufficiali, Si trattava di campi di lavoro e lì ho conosciuto bene lo scrittore Giovanni Guareschi, l’attore Gianrico Tedeschi e il poeta Clemente Rebora».
Declamatore inimitabile dei versi di Berto Barbarani, Giancarlo Rossari conobbe inoltre il grande tenore Beniamino Gigli quando venne a Verona a cantare in Arena. «Lo incontrai quando feci la comparsa nell’opera L’Africano».
L’occhio d’aquila di Giancarlio, inoltre, non lo tradisce mai quando ha lo spartito in mano e segue gli ordini del direttore del coro senza occhiali. Cantare per lui non è solo un passatempo, ma il riscatto delle migliaia di ore che ha fatto in municipio, quando lavorava all’Ufficio tasse.
E se gli si chiede come sta oggi, risponde con un motto caro a lui e ai suoi colleghi: «50 anni fa l’era mejo». 
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Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 21/05/2014

Note: Michela Pezzani SPETTACOLI, pagina 56