Gruppi mascherati nell'Arena agli inizi del Novecento

LE RADICI. Il professor Michele Gragnato ricostruisce le origini della manifestazione che ogni anno infiamma la città
Le origini del Carnevale veronese, tra i più antichi, vengono fatte risalire al 1531 Fu una festa voluta per distrarre dalla povertà la popolazione sull’orlo della rivolta

Semel in anno, licet insanire. Una volta all’anno è lecito impazzire. La celebre locuzione latina, che si rifà a un passo di Seneca, divenne non a caso proverbiale nel Medioevo, epoca ritenuta da molti buia, ma in grado di dar origine a secolari tradizioni, tra cui il Baccanale veronese, l’odierno Bacanal del Gnoco. Il Carnevale di Verona è considerato uno dei più antichi al mondo e viene fatto risalire al 1531 «dopo l’infausta dominazione di Massimiliano d’Asburgo, che aveva portato con sé miseria nera, carestia e, per giunta, pestilenza», racconta il professor Michele Gragnato, da sempre appassionato di cultura e civiltà veronese e veneta. «Massimiliano veniva chiamato “il re senza denari”: pur non avendo disponibilità economiche, nutriva grandi ambizioni e mirava ad allargare l’impero alla pianura padana, ricavando risorse dalle tasse fatte pagare ai sudditi». Una situazione sempre più difficile da gestire, «al punto che si rischiarono pericolosi tumulti, come quelli del più celebre Seicento manzoniano», prosegue Gragnato. «La dominazione di Massimiliano d’Asburgo si concluse nel 1517, lasciando Verona distrutta e fu allora che intervenne un medico benefattore, Tommaso Da Vico, munito di un buon patrimonio e deciso ad aiutare la popolazione». Da Vico, memore del motto latino “panem et circenses” inventò il Baccanale, che sarebbe poi diventato “del Gnoco”. «Non un Carnevale come quello di Venezia, con damine e cavalieri che scorrazzavano per le calli della laguna e si dilettavano in sontuosi balli, bensì una festa per distrarre il popolo dal desiderio di rivolta», spiega il professore veronese. «Furono organizzate distribuzioni di viveri e popolari feste scacciapensieri». Ebbe così inizio la tradizione di preparare gnocchi e servirli sulla pietra «del Gnoco», nello spiazzo tra il sagrato della Basilica di San Zeno e la chiesetta di San Procolo. Ma non si trattava allora ovviamente degli gnocchi che siamo soliti gustare oggi nel giorno del «venardì gnocolar»: l’America era appena stata scoperta e le patate non erano ancora diffuse in Europa. «Lo gnocco era un alimento contadino, fatto di acqua e farina, che saziava ed era poco costoso», prosegue Gragnato. Un piatto simile all’odierno gnocco di malga.Il Papà del Gnoco viene considerato la più antica maschera d’Italia e d’Europa, di cui si abbia documentazione certa. «Un Bacco redivivo, o almeno il suo tutore, Papposileno, un richiamo all’antichità e alle origini romane di Verona», prosegue il professore veronese. «Al suo fianco, spuntano “i gnocheti”, satirelli giulivi con una spiccata propensione a esaltare l’ardore sessuale, la cui antica gobba sul basso ventre venne però trasformata per ragioni religiose in un’innocua escrescenza addominale». Gli evidenti attributi sessuali, dunque, per questioni legate alla tradizione cattolica, vennero spostati in alto, “gonfiando” la pancia dei satirelli.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 20