Un nuovo libro fotografico sul capolavoro della scultura medievale. Tutte le strepitose formelle del portale, comprese quelle sparite a Berlino. Riprese ravvicinate rivelano colori e particolari: eresie, sguardi da Dio, sceneggiature di Eisenstein. Presentazioni il 22 novembre alla Feltrinelli di via Quattro Spade e venerdì 15 dicembre alla basilica di San Zeno.Così li avevano visti solo i mostri cantati da Berto Barbarani, i monelli capaci anche di arrampicarsi sui bronzi del portale a San Zeno. E la basilica, fintamente bonaria, a commentare in dialogo con il suo campanile: “Lassa che i zuga. Dopo, i morirà”. Ecco, solo il Minico Bardassa di quel poema, salendo sui bassorilievi, ha potuto scorgere dall’alto la faccia di Nicodemo. Dal basso non si vede: straziante di stupore, è rivolta e riservata solo al Crocifisso. Rivela anche a noi umani questo sguardo da Dio l’opera dei fotografi Basilio e Matteo Rodella, raccolta nel nuovo volume illustrato San Zeno. Le porte bronzee / The Bronze Doors (Cierre edizioni).

L’idea dei fotografi, semplice, come tutte le buone idee (semplice non vuol dire facile) è stata di eseguire “riprese molto ravvicinate, di taglio, con sguardi laterali e parziali, le quali, offrendo la possibilità di penetrare nei più reconditi dettagli delle opere e restituendo un’immagine tridimensionale per buona parte inedita, riescono a trasmettere tutta la potenza evocativa” delle sculture.

Risparmiamoci dunque l’arrampicata monellesca, ma restiamo bambini per sfogliare come si deve questo libro: prima le figure, inseguendo su per le due ante del portone le 48 storie che racconta, senza preoccuparsi di capire tutto, ma spinti dallo stupore e dalla curiosità. Poi, saltando alla fine del volume, c’è un ricco catalogo, con descrizione foto per foto dei soggetti illustrati, con spiegazioni storiche e artistiche.Guardiamo le figure. Ecco, a portata di mano, infatti il bronzo è lustrato da tanti palpeggiatori, uno scalpellino: forse l’architetto della basilica, tale Menaboi Curator, se è quello raffigurato con tanto di nome in un affresco che sta dentro in chiesa.

Lucidato da tante carezze anche il pancino di una donna a destra in basso, sempre a portata di mano: è l’indemoniata a cui san Zeno fa vomitare dalla bocca un satanasso. Per centinaia di generazioni, le sanzenate hanno strofinato quel ventre prominente: per propiziarsi un buon parto.

San Zeno con barba e copricapo vescovile guarisce l’indemoniata, ma nella formella a fianco, pescatore in Adige, è raffigurato più realisticamente con lineamenti e capelli afro: il vescovo moro, anche recenti analisi scientifiche hanno confermato la tradizione. Le ossa venerate nella cripta della basilica sono di un africano.L’ultima cena.Lasciamo ai fotografi di arrampicarsi più su e noi lustriamoci gli occhi con il loro lavoro.

“In forma assai goffa e barbara” (lo scrive il Biancolini) lo scultore riesce però benissimo a rendere anche l’audio. La discussione di Gesù con i dottori nel tempio, per dire: sembra di sentirli, attraverso quell’infilata di mani gesticolanti che lo scorcio fotografico mette in successione. In altri quadri ci sono trovate di sceneggiatura, come il carrettiere che prende per la coda un animale del traino, mentre la loro corsa sta per finire nel fiume: sembra il cavallo penzoloni dal ponte nel film Ottobre di Eisenstein. È stata strappata dalla formella la parte maggiore, dove si doveva vedere san Zeno che sventa miracolosamente il disastro.

Non è l’unica lacuna: dal portale furono depredate diverse figure. Due finirono a Berlino, dove sparirono alla fine della Seconda guerra mondiale: restano almeno le fotografie, riprodotte nel volume. Altre sculture in rilievo, ancorate al bronzo, furono asportate: restano i buchi di montaggio a farcele immaginare. Furti e vandalismi sono rimasti un problema fino ad anni non lontani. Si era rimediato con una saracinesca che, alla sera, calava a difendere il portale. Pratico, ma orrendo. Così, alla fine della trentennale campagna di restauri, che fu finanziata dalla Banca popolare di Verona, si rimediò montando un controportale di legno sulla facciata e lasciandovi dietro e, sempre aperte, le due ante con i bronzi.

Aveva pensato a un’altra soluzione Libero Cecchini, l’architetto che coordinò i restauri (Giorgio Zanotto, presidente della Banca popolare, e monsignor Ampelio Martinelli, abate di San Zeno, furono gli altri protagonisti dell’impresa). I portali bronzei sarebbero stati trasferiti in un’aula da costruire dov’era il demolito convento di San Zeno, di cui il restauro ha riportato in luce le fondamenta, a fianco del chiostro. Sulla facciata della basilica, i portali sarebbero stati sostituiti da copie in bronzo, da lasciare sempre in vista. Ma l’idea è stata accantonata e anche dal modello in legno del complesso monumentale restaurato, ora esposto all’ingresso, è sparita l’aula-museo con le porte originali al centro.

Ma torniamo ai bronzi, visti come mai prima. Le storie si susseguono, le lamine di bronzo che fanno da cornici vogliono proprio creare l’immagine di un intrico, e non si deve togliere al lettore del libro e al visitatore di San Zeno la soddisfazione di perdersi e ritrovarsi in questa foresta di citazioni bibliche ed evangeliche.

Prima indicazione a chi guarda le figure: quelli con il cappello a cono sono ebrei (costume medievale), quelli con un cartiglio in mano – un fumetto, diremmo oggi – sono i personaggi parlanti: Mosè, i profeti, l’Onnipotente… Dove non si capisce (il portale serviva anche all’istruzione storico-religiosa) aiutano le citate didascalie alla fine del libro e il saggio iniziale di Fabio Coden e Tiziana Franco, storici dell’arte all’Università di Verona. C’è da discutere, eccome.

Una visione degli inferi pare tratta dai vangeli apocrifi, argomento scabroso fino ai giorni nostri, visto che incappò in un errore anche la prima edizione del messalino-canzoniere fatto stampare per le chiese veronesi dall’attuale vescovo Zenti. Nel credo apostolico, c’era scritto che Gesù dopo la morte in croce “scese all’inferno”: eresia. Il libro fu ritirato e sostituito da una ristampa con dizione corretta: “scese agli inferi”.

Ma di teologia, storia e arte c’è da leggere quanto provano a sintetizzare i due studiosi citati, riassumendo una biblioteca sterminata sui bronzi celeberrimi: ne hanno scritto i nostri Mellini, Gazzola, Trecca, e Toesca, Paolucci… Ma tutti, loro più esperti e noi, siamo tutti chiamati a fare come il Nicodemo sotto la croce, che ora la ripresa fotografica ci permette di guardare a tu per tu: spalancare gli occhi e stupirci.

gently

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Tratto da: Verona IN

Data: 14/11/2017