don Antonio Mazzi

A CUORE APERTO. Il sacerdote nato a Verona nel 1929 si confessa: «Non ho sempre vinto io e soffro ancora»
Don Antonio Mazzi a tutto campo racconta la sua vita vissuta dalla parte dei figli «cattivi» tra droga, baby-assassini ed emarginati.
La morte non gli fa paura: «Se è la mia ora, vado. Naturalmente non sta a me decidere, ma non ne avrei ancora voglia…». A 90 anni compiuti il 30 novembre, è pronto a ricominciare tutto da capo. Don Antonio Mazzi, il «prete di strada» nato a Verona nel 1929, fondatore della comunità di recupero Exodus, in prima linea con i tossicodipendenti, i ladri, i truffatori, gli assassini, i disabili e i poveri di tutto il mondo, ha energia ed entusiasmo da vendere, alla faccia dell’anagrafe. «Non me le sento addosso, queste 90 primavere», sorride, «sono sempre pieno di passione come un ragazzino. E di speranza». Da dove arriva tutta questa forza?Da lì, dalla speranza. Quando ero un giovane prete ero tutto teologia e poca pratica, ora sono diventato l’opposto: sono molto meno pieno di teoria rispetto a una volta e sono fatto molto più di mani sporche. Mi rimbocco le maniche e lavoro per salvare i miei ragazzi. Spes ultima dea, no?I suoi ragazzi «cattivi», lei li chiama così…Sì, è pure il titolo del mio ultimo libro. Ma non c’è giudizio nella scelta dell’aggettivo, anzi. Partiamo dal presupposto che io per primo sono un bastardo e, per questo, mi occupo di creature bastarde dentro. Sono loro il mio Vangelo: salvando loro, ho salvato me stesso. Guardando la strada percorsa fino a qui posso dirlo senza dubbio: io li capisco perchè ho provato la loro stessa sofferenza non avendo mai conosciuto mio padre (morto quando don Antonio aveva solo 13 mesi, ndr), solo che loro sono andati sempre più giù mentre io ho avuto la fortuna che il Padreterno mi ha preso per un orecchio e mi ha messo con le spalle al muro, intrappolandomi. Mi ha messo nella condizione di fare scelte diverse e così sono diventato il padre dei “figli cattivi”.Quanto grande è la sua famiglia, don Antonio? E’ immensa, bellissima, molto faticosa. Ripeto, ho compensato il mio “buco” e la mia rabbia di bambino orfano diventando poi, da sacerdote, la figura paterna di chi s’è messo nei guai, ferendo prima di tutto sè stesso e poi gli altri. Accanto ai miei “ultimi”, ho rinnovato ogni giorno anche la mia, di salvezza.Torniamo ai suoi 90 anni, come li ha festeggiati? Qui a Milano, a Cascina Molino Torrette, la sede di Exodus, con i miei ragazzi e gli operatori. Mi hanno regalato un limone bonsai stupendo. Mi rappresenta: è piccolo come me, ma ricco di amore… perchè non servono le “grandezze” nella vita, serve stare con i piedi per terra e darsi da fare per aiutare chi è uscito di strada. Io ho scelto di mettermi dalla parte degli sbandati. Li chiamano irrecuperabili, io invece li chiamo deboli, fragili, problematici, soli: alla fine cambiano, e quando accade da cattivi non diventano solo buoni ma ottimi, perchè vogliono compensare gli errori fatti. La storia è semplice ed è sempre quella: è gente che s’è persa perchè senza una guida, senza nessuno accanto che la prendesse per mano. E allora io ho teso la mia e alla fine abbiamo fatto un gran lavoro.Li ha recuperati tutti, i suoi figli «cattivi»? Non sempre, purtroppo. C’è chi ha scelto di mollare, di non mettersi in gioco, di non fidarsi, di non darsi una possibilità. E per me è stato ogni volta un dolore grande, una ferita che non smette mai di sanguinare.Si riferisce a Pietro Maso? A Fabrizio Corona?Ecco, con loro la mia speranza, quella di cui parlavo prima, è uscita sconfitta. Pietro ho tentato con tutto me stesso di cambiarlo, ma niente, secondo me non ci sono riuscito: gli è rimasto un cuore di pietra. Con Corona, invece, mah, non ho ancora ben capito chi sia e cosa abbia dentro. Diciamo che con lui mi sono solo illuso. E comunque li ho tutti davanti agli occhi, Marco, Matteo, Faranda, Morucci, Roberto: mi hanno fatto lavorare, tremare, spaventare, ma soprattutto non mi hanno mai offerto la certezza di aver indovinato la ricetta. E’ stato anche il «padre» di Erika De Nardo, la ragazza di Novi Ligure che a 16 anni, nel 2001, ammazzò con 97 coltellate la mamma e il fratellino. Erika, lei sì, è rinata, ce l’ha fatta a prendere coscienza della tragedia compiuta, che poi è l’unico modo per sopravvivere e continuare ad andare avanti. E sa perchè c’è riuscita? Perchè ha sempre avuto accanto suo padre che l’ha perdonata dal primo giorno: sono i padri, ripeto, ad essere fondamentali nella vita dei ragazzi. Se ci sono, in teoria va tutto bene; se mancano, se non ascoltano, se non diventano figure di riferimento, sono la causa del fallimento dei loro figli. Altre storie di salvezza grazie ad Exodus?Anche quella di Milena (è la De Giambattista, una delle tre ragazze minorenni che nel 2000 uccisero a freddo suor Maria Laura Mainetti a Chiavenna, ndr) è una storia di rinascita: non aveva nessuno alle spalle, la famiglia era disastrata, s’è recuperata da sola. Tutte e due, Erika e Milena, oggi hanno vite normali: la prima s’è laureata e s’è da poco sposata, la seconda convive e ha un lavoro.E lei, don Antonio, quante volte è rinato? Nella mia lunga vita ho avuto almeno sei nascite. Nei miei 90 anni ci stanno dentro minimo cinque vite: ogni volta che ho iniziato un progetto, sono venuto al mondo di nuovo. Quando ho cominciato a mettere in piedi Exodus avevo 50 anni, ma prima avevo fatto la Città dei Ragazzi di Ferrara, Primavalle, Verona: ho cambiato pelle tante volte come i serpenti sempre pronto a partire, a rischiare, ad andare contro corrente. Sempre con i miei due fari a indicarmi la strada: da una parte il Padreterno e Madre Teresa di Calcutta, dall’altro i vari Maso, Corona, Mora, i tossici, gli ammalati di Aids, i carcerati.E’ per questo che per lei aver raggiunto brillantemente il traguardo delle 90 candeline è giusto un «dettaglio» Esatto, io sono pronto a cominciare qualcosa di nuovo anche domani. L’anima non ha età, l’amore non invecchia mai, lo stesso la speranza. Bisogna cambiare il concetto del tempo: basta con gli stereotipi tipo a 20 anni si fa questo, a 40 quest’altro, a 70 si va in pensione. Macchè. Bisogna che impariamo a giocare la partita sempre.Come si fa a spiegarlo a chi, invece, si butta via? Lei è sempre in mezzo ai giovani, cosa dice loro? Come possiamo aiutarli a credere nei valori giusti? Il problema è proprio quello: manca la passione. Non ci sono ideali e sogni, e questo è disperante perchè toglie ogni speranza. C’è troppo vuoto e loro, i nostri ragazzi, lo riempiono con i telefonini, con la droga, l’alcol, le discoteche, gli amori da una sera. Ed è lì che si trasformano in “cattivi”. Ma non do loro la colpa, ma ai loro padri mancanti che hanno rinunciato al ruolo di educatori, di genitori che trasmettono diritti e doveri e che insegnano anche ad accettare le sconfitte.Una frase, per concludere, che descriva don Mazzi.Sono arrivato a 90 anni e mi meraviglio di amare ancora di più Giuda di Pietro.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 16

Data: 3/12/2019

Note: Camilla Ferro