Siamo ancora in tempo per riequilibrare le esigenze tra quei cittadini che vorrebbero vivere in una città non in perenne assetto di «mercato» e di «fiera», e quelli che i mercati e le fiere li frequentano, ne gestiscono le attività commerciali, addirittura promuovendole, progettandole e costruendole. Per meglio chiarire, mi riferisco a quella categoria di persone rappresentate dagli operatori economici, i costruttori, gli impresari edili e gli immobiliaristi, la cui attività è immettere sul mercato sempre nuove superfici di vendita in forma di botteghe, centri commerciali, supermercati.Se non ho concluso il periodo iniziale con il punto interrogativo è perché non voglio essere pessimista o all’opposto ottimista; il mio intendimento è rimanere possibilista, e con questo atteggiamento proseguire, io con il testo, voi con la lettura.Tutto è iniziato nei decenni scorsi, per poi aggravarsi negli ultimi anni, dal momento in cui il mercato immobiliare è entrato in crisi. Oggi tutto quel mondo che si occupava di investire, vendere e comperare suoli per nuovi complessi, se vuole sopravvivere, si è visto costretto a rivolgersi verso quell’unico settore, quello commerciale, non ancora in crisi profonda e che nella speranza di qualche profitto dà il via a nuovi volumi solo a patto di includervi sempre nuove superfici commerciali.Il come fare per dirottare questa spinta speculativa in una direzione compatibile con le regole dell’economia, con l’utilità sociale e, in fin dei conti, con il riequilibrio tra le varie componenti del sistema città, passa da una quasi ovvia presa di coscienza generale, ma soprattutto dei politici. Essi devono trovare il modo di disincentivare quelle iniziative edilizie che occupano nuovi suoli, propongono nuove superfici commerciali, forzano i limiti di un sistema di autocontrollo che nel passato funzionava e che ora viene scavalcato in nome della creazione di nuovi posti di lavoro e assunzione di personale altrimenti disoccupato.C’è qualcuno che un anno dopo l’apertura di un centro commerciale vada a vedere cosa è successo dei posti di lavoro dei centri limitrofi- talvolta distanti solo poche centinaia di metri- e dopo averli contati ed essersi reso conto che la somma tra quelli rimasti e quelli nuovi è sempre la stessa, cominci a pensare che la capacità di spesa complessiva di un gruppo sociale non cresce col crescere dei supermercati, ma solo aumentando non fittiziamente i posti di lavoro produttivi e retribuendoli meglio?Luciano CennaVERONA

Tratto da: L'Arena - lettere- pag. 23

Data: 27/01/2018

Note: Luciano Cenna