Un passaggio durante l'Inferno di Dante messo in scena da Anderloni nel carcere di Montorio

TEATRO DEL MONTORIO. Il regista Anderloni mette in scena i detenuti e coinvolge il pubblico
Gli spettatori in cammino tra un girone e l’altro Un tuffo in un mondo parallelo che esiste, fatto di persone che, come tante altre, hanno commesso uno o più errori.
«Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via avea smarrita».Può capitare a tutti di sbagliare. Dall’Inferno di Dante a quello della vita. A quelle vicissitudini che la vita te la cambiano completamente, fino a farti finire in carcere per espiare le tue colpe. Ieri sera, nel carcere di Montorio, 101 spettatori hanno potuto assistere a «Ne la città dolente», uno spettacolo che ha la regia di Alessandro Anderloni e che è stato messo in scena, o meglio tra i corridoi, le sale, il cortile murato del carcere di Montorio.Questo spettacolo è la prima tappa di un progetto triennale che proseguirà fino all’anniversario dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, nel 2021: gli attori-detenuti affronteranno nelle prossime settimane la prima cantica della Divina Commedia, mentre il Purgatorio e il Paradiso saranno i capitoli successivi, del 2020 e del 2021.Un tuffo in un mondo parallelo che esiste, che è fatto di persone come tante, che nella vita hanno commesso uno o più errori. Non è stato semplice far recitare una ventina di detenuti, alcuni stranieri, che parlano poco italiano e che hanno invece imparato endecasillabi in terzine che hanno risuonato in quegli ampi spazi, rendendo ancora più suggestiva la rappresentazione. È stato un cammino, un pellegrinaggio, attraverso il dolore umano raccontato da Dante. Gli spettatori hanno varcato una soglia dopo l’altra: portoni che si abbassano nel terreno per far passare persone, portoni che si chiudono metallicamente alle spalle, detenuti e attori (c’era anche un gruppo di giovani non detenuti), tutti in camicia e pantaloni neri che hanno sussurrato passi dell’Inferno, hanno ringhiato come belve, si sono fatti camminare sopra dagli spettatori che per passare da una stanza all’altra hanno superato i loro corpi sdraiati a terra.A rendere ancora tutto più coreografico, l’assenza di luci in alcuni tratti, i detenuti ombre nere nella semioscurità, su una nave in balia delle onde. Fino all’epilogo, nel cortile, uomini murati. E poi una detenuta, con una voce potente e dolcissima nel contempo, e poi ancora l’applauso finale, liberatorio dalle tensioni. Dalla paura di sbagliare. Ed essere giudicati. Ancora una volta. Tra quei detenuti, chi è accusato di rapina, chi di truffa e incendio, chi di spaccio. Le lingue sono tutte e una, il volgare del Trecento, il napoletano, il veneto, ma anche il tedesco, il francese, l’arabo. In cammino, per tornar a riveder le stelle, domani.

Tratto da: L'Arena -spettacoli-pag.60

Data: 4/05/2019

Note: Alessandra Vaccari - foto Marchiori