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La decisione del sindaco Marino di licenziare coro e orchestra dell’Opera di Roma rivela la situazione drammatica dei teatri italiani. E la nostra Fondazione?

Lirica allo stremo, così s’è salvata l’Arena
Operazioni lecite di «maquillage» sui bilanci hanno consentito di chiudere in pareggio. Ma si riuscirà a farlo nel 2014? E intanto i debiti con le banche sono saliti di 2,8 milioni
 

 

  
La decisione del sindaco Ignazio Marino di licenziare tutti i componenti del coro e dell’orchestra dell’Opera di Roma mette a nudo lo stato di un teatro arrivato allo stremo economico, dove da una parte sono troppo elevati i costi di gestione, dall’altra troppo poca è la redditività. Una decisione che dà significative avvisaglie su come tutto un comparto musicale nazionale sia ormai in prossimità di bancarotta.
E allora ci si chiede: quanti altri teatri italiani seguiranno la sorte di quello romano? Stando ai dati di bilancio quasi tutti, fatto salvo forse La Scala di Milano e l’Accademia di Santa Cecilia che hanno imboccato la strada dell’autonomia speciale, un premio per le fondazioni più virtuose – secondo il decreto Art Bonus – in ragione anche di numerosi e ripetuti esercizi chiusi in pareggio di bilancio.
E come sta la nostra Fondazione Arena? Sarà in grado di guadagnare pure lei l’autonomia speciale dopo aver mostrato numerosi pareggi di bilancio negli ultimi anni? Difficile ipotizzarlo se si osserva il bilancio del 2013, quello del Centenario, che doveva finire con un segno rosso di almeno 7 milioni, ma che invece ha chiuso con un utile di 395mila euro, grazie a una operazione straordinaria dell’ultimo momento (30 dicembre). Sono «proventi straordinari» fra la voce ricavi, derivanti dal conferimento «nella controllata Arena Extra srl del ramo di azienda costituito dal complesso di beni non attinenti alla produzione artistica». Come scritto nella relativa «Nota integrativa», la cessione dei propri Archivi Fondi Teatrali, Archivio Fotografico e Archivio Multimediale, formato da bozzetti e figurini, costumi di scena, materiale fotografico e multimediale costituito dal Fondo Arena e Vicentini. «Gli amministratori della Fondazione», spiega la Nota integrativa al bilancio, «hanno ritenuto che il conferimento del ramo d’azienda fosse lo strumento più idoneo per sviluppare le competenze necessarie alla valorizzazione di tale peculiare patrimonio, anche mediante l’utilizzo di funzioni commerciali e di marketing». Il valore dei beni conferiti emerge da una perizia giurata: 12 milioni 295mila euro. Ma poiché Arena Extra non sarà mai nelle condizioni di liquidare tale debito, la Fondazione Arena ha acceso nella parte attiva del suo patrimonio (immobilizzazioni finanziarie) non un credito verso Arena Extra bensì una maggiore partecipazione nella controllata. Si è dunque fatto fronte al disavanzo con la vendita di «gioielli di famiglia» per sopperire a mancati ricavi derivanti da vendite di biglietteria ma anche da mancati contributi del Fus (Fondo Unico Spettacolo) e dei soci, per oltre 4 milioni.
Un interrogativo è d’obbligo a questo punto e concerne l’esercizio in corso, già annunciato con una gestione economica fortemente gravata dal diminuito afflusso del pubblico (50mila presenze in meno, reo il maltempo) e da difficoltà derivanti ancora dalla prevalente contribuzione pubblica. Come si riuscirà a far pareggiare anche il bilancio 2014? Si riusciranno ancora a trovare «escamotages» contabili (peraltro previsti dal codice e alla luce del sole) per far quadrare i conti o si comincerà a tagliare qualche costo di gestione diventato insostenibile?
Tornando al bilancio 2013, ci sono altri indicatori che fanno molto pensare: i debiti verso banche sono saliti (rispetto al 2012) di oltre 2,8 milioni, i debiti verso fornitori di 3,5 milioni. Anche la liquidazione dei crediti verso enti pubblici (1,7 dalla Regione e 3,5 dal Comune) se erogati alla Fondazione Arena con una certa sollecitazione potrebbero far pesare meno il debito verso le banche, di almeno 5 milioni.
Certo per ottenere l’autonomia speciale, come La Scala e Santa Cecilia, la strada da percorrere è ancora molta. Ma una cosa è certa, il tempo per salvare questo patrimonio inestimabile che è l’Arena sta scadendo. E non richiede esitazioni ulteriori, perché è un bene fra i più preziosi, che appartiene a tutta la città.

 

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA - cronaca - pag.15

Data: 5/10/2014

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