Sgarbi contro il «leghismo» dell’arte
Il critico d’arte e l’idea per un «tetto» che proteggerebbe le pietre e gli spettacoli. «L’anfiteatro non si tocchi. E le mostre di Goldin sono inutili»

VERONA — Il tema, alla fine, è quello dell’acqua. L’acqua di un Adriatico che fa scorrere cultura. L’acqua della pioggia, che intarsia la pietra. Quella romana dell’Arena. E la corrode. Quella di una cultura «annacquata», da «basso consumo», ma che non per questo va schifata. La sua lectio magistralis era su «La pittura nell’alto Adriatico: un patrimonio identitario». E l’«identità », Vittorio Sgarbi, ieri l’ha declinata sulle vie di quello che lui non definisce un mare, ma «un grande lago», l’Adriatico. E l’ha coniugata a Verona. Scorre, Sgarbi. E, come l’acqua, sciacqua. Anche gli alibi. Come per la ventilata copertura dell’Arena. Quella per cui il Comune preme, mettendo avanti al fatto che così si salverebbero varie serate artistiche, il fatto che sia la pioggia il grande nemico dell’anfiteatro. Migliaia di euro ogni anno, per permeare i danni che le gocce causano alle pietre. E’ da lì che arrivano i due sponsor privati pronti a pagare la copertura, con una spesa che si dovrebbe aggirare sui 5 milioni. Concorso d’idee internazionale, la strada imboccata da palazzo Barbieri.

Bocciata dal ministro alla Cultura del governo Monti Lorenzo Ornaghi e da rinnovare all’attuale capo del dicastero, Vincenzo Bray. Soluzione abborrita da Sgarbi. «Quando mai, coprire l’Arena. Da coprire sarebbero le teste di chi pensa a una soluzione del genere. E’ nato senza tetti di alcun genere, quell’anfiteatro. E così dev’essere. Piuttosto che le pietre facciano quello che la natura ha previsto per loro. Meglio vederla rasa, l’Arena, piuttosto che coperta». E’ intervenuto alla presentazione del progetto su «Arte, pittura e Alta formazione nell’ambito del Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale: strategie per recuperare una cultura comune», Sgarbi. Una riunione tra enti – musei e accademie – per arrivare ai fondi della comunità europea che si è tenuto ieri all’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere. E sul concetto di «arte e alta formazione» coniugato a Verona, Sgarbi non si è sottratto. A partire dal tripudio delle mostre di Marco Goldin in Gran Guardia. «E’ un ragazzo ingegnoso. Divertente – commenta Sgarbi – Sarà anche criticabile per il suo spirito commerciale, ma in fin dei conti meglio Goldin che altri». Lo Sgarbi che non t’aspetti. O forse sì. «Io, comunque, a Verona con il Mantegna ho fatto più di lui. Non si capisce come faccia a reggere economicamente, ma è indubbia la sua capacità di produzione…».

E che Goldin a Verona abbia trovato terreno fertile, non lo stupisce. Lui, lo Sgarbi che aveva proposto a Tosi di portare gratuitamente in Gran Guardia la sua collezione privata, per mettere un tassello alla mancata mostra su Mirò. «Quello che fa Goldin è un tentativo “leghista” di sfruttare i beni culturali. Quindi ben si sposa con la politica di Tosi. Le sue, in realtà, sono mostre inutili, un po’ come i musei temporanei. Non “dimostra” nulla, come dovrebbe fare una mostra. “Mostra” e basta, come fanno i musei E’ una sorta di pro loco riuscita bene. Non so se il suo sia un vero contributo culturale, ma di sicuro sa indirizzare all’arte». Tant’è. Ha raccontato di quella «linea adriatica» che a livello artistico ha raggiunto livelli notevolissimi, Sgarbi. Di quell’«arte padana» che nulla ha avuto da invidiare ad altri movimenti artistici – come quelli toscani – che però hanno avuto dei mentori, vedi il Vasari. E chissà, magari Paolo Caliari detto il Veronese o Angelo Dall’Oca Bianca avrebbero avuto destini ben diversi nella storia dell’arte non solo italiana…

Angiola Petronio
12 luglio 2013

Tratto da: Il Corriere del Veneto

Data: 11/07/2013

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