VERONA NEL CUORE. Quando salì sul palco, quel 2 agosto 1947, per recitare nella Gioconda, era un’artista sconosciuta

Per l’interprete greco-americana fu il trampolino di lancio: nel 1952ritornò da diva e le cene sul Liston divennero eventi per i melomani

 

Non era già una celebrità, Maria Callas, al suo sbarco a Napoli del 1947. E neppure lo divenne dopo le quattro recite del debutto (2 agosto 1947) in La Gioconda all’Arena e le tre dell’anno seguente con Turandot. Attorno a lei solo la curiosità dei veronesi per un’interprete misteriosa che veniva dagli Stati Uniti e con un cognome dall’ardua pronuncia: Kolojeropoulos.Era da poco trascorsa la seconda guerra mondiale e Verona stava lentamente riprendendo la sua fisionomia di un tempo. Non era ancora nata la televisione e d’estate si viveva praticamente degli spettacoli areniani, unico divertimento con le poche sale cinematografiche che stavano faticosamente riaprendo i battenti. Nel dopo opera, la sosta in Bra era d’obbligo: una sorta di rito, dove la discussione attorno alla musica e alle voci poteva tranquillamente durare fino all’alba. Un po’ come si fa ancora a Siena col tradizionale Palio delle contrade. Dopo le due partecipazioni, la cantante greco-americana scomparve addirittura dalle scene areniane, verso altri destini che la portarono lontano da Verona e anche dall’Italia. Ma quando poté ritornarvi, nel 1952, dopo i successi in Argentina, Messico, Brasile e soprattutto alla Scala di Milano dove sostituì la collega Renata Tebaldi in Aida, la sua fama era già diventata di pubblico dominio.Con la saggia promozione di immagine che ne fece Giovanni Battista Meneghini – l’industriale di Zevio che la protesse e poi sposò – il suo nome era già balzato su tutta la stampa nazionale e internazionale. Se ne parlò a lungo anche a Verona – si formarono per questo legioni di accaniti estimatori – dove la curiosità di qualche anno prima si trasformò velocemente in ammirazione incondizionata. E per lei fu coniato in breve anche un appellativo che le calzava a pennello: «Divina Maria».La Callas (agli inizi Kallas) era abitualmente attesa sul Liston da un codazzo di patiti melomani quando, libera da impegni, amava cenare al ristorante Tre Corone, oggi Vittorio Emanuele. Un po’ come usano fare i fans del pop e del rock in attesa dei propri beniamini all’uscita dagli hotel prima delle performance in Arena. Fino allo sposalizio con «Titta» Meneghini e la sua permanenza a Verona (1959), la cantante fu considerata veronese di elezione, amata e riverita come una celebrità nata tra le nostre mura. La sua separazione matrimoniale, il distacco da Verona e da Sirmione, dove Meneghini le aveva comperato una villa, non riuscirono però mai a scalfire l’affetto e l’ammirazione che i veronesi nutrivano per lei, e così nacque un vero e proprio «mito Callas». Mito che dura tuttora. Dopo quel 2 agosto 1947 in cui potemmo assistere al suo clamoroso debutto in Arena, il caso volle che proprio il 16 settembre 1977, trent’anni dopo, giorno della sua scomparsa, fossimo a Parigi per un breve week end. L’annuncio della sua morte fu dato dalla televisione parigina mentre stavamo sorseggiando un caffè in un bar del quartiere latino, facendolo seguire dalle immagini dei suoi grandi trionfi parigini, soprattutto gli ultimi del 1964 (Carmen, Aida) e del 1965 (Tosca, Norma). Ci furono attimi di sgomento in tutti i presenti. Nonostante la cantante non fosse più in scena da tempo, la gente la ricordava molto bene e ne commentò subito le gesta e il ricordo del grande cammino artistico. Un segno in più che i miti non muoiono ma. Il soprano veronese Cecilia Gasdia la ricorda così: «Maria Callas è più viva che mai. La cantante riunisce in sé le doti di musicista, drammaturgo, attore, artigiano e artista come nessun altro. Rimarrà il faro di tutte le generazioni future».

 

Ganni Villani

Tratto da: Arena-sez.null- pag. 56

Data: 16/09/2017

Note: Gianni Villani