VERTENZE. A lanciare l’allarme i rappresentanti sindacali di Cgil, Uil e Cisal sul progressivo impoverimento del Teatro
E denunciano: «Programmazione ridotta e fondi diminuiti, nessun piano di rilancio»
E.CARD.

Una programmazione «desolante», che registra un netto calo del numero di alzate di sipario, la scomparsa di ogni rassegna collaterale, l’impoverimento della programmazione, l’insufficienza dell’attività di comunicazione marketing, l’ipotesi di traslocare gli uffici della Fondazione Arena dall’altro capo della Bra e, infine, un preoccupante taglio dei ruoli tecnici, con l’azzeramento di figure, a dir poco necessarie per un teatro, come le sarte.Una circostanziata serie di criticità messa in evidenza dai rappresentanti sindacali di categoria, Slc-Cgil, Uilcom-Uil e Fials Cisal in un incontro organizzato ieri al Liston 12 per denunciare la difficile situazione dei lavoratori di Fondazione Arena, sul piede di guerra ormai da quattro anni, ma anche per salvaguardare l’offerta culturale del Teatro Filarmonico.E spiegano: «Le alzate di sipario sono addirittura calate rispetto al 2018, quando invece il ritorno a 12 mesi avrebbe dovuto comportare almeno un aumento del 20 per cento e quando sindaco e governance da più di un anno promettono il rilancio. Solo nella porzione gennaio-maggio si può facilmente prevedere una perdita di più di 50 punti Fus (il Fondo unico per lo spettacolo, ndr) rispetto al 2018. Rispetto poi ai livelli produttivi del periodo antecedente al piano di risanamento il confronto è impietoso: difficile pensare che con la porzione di attività autunnale, di cui, fatto gravissimo, non è stato ancora presentato nulla, si torneranno a programmare otto titoli di opera e balletto e più di 30 concerti sinfonici in stagione. Ogni rassegna collaterale in città è semplicemente scomparsa. Tutto ciò provoca vasti periodi di non attività per le masse artistiche: questo non è il rilancio e non è ciò per cui i lavoratori hanno accettato enormi sacrifici per risanare la Fondazione».E invocano la presentazione di quel piano industriale, «di cui si è molto parlato ma senza arrivare a nulla», per un vero rilancio della programmazione del teatro Filarmonico, «che sembra ormai diventato un elemento di secondo piano per i vertici della Fondazione, tutti concentrati sul festival lirico in Arena che attira soprattutto turisti e non veronesi. Dimenticando che Verona è l’unica città non capoluogo regionale ad avere una Fondazione che è l’eccellenza per la produzione di opera lirica, balletto e musica sinfonica».I rappresentanti sindacali fanno presente che il taglio della programmazione del Filarmonico, denunciata anche dal pubblico con numerose lettere di protesta, rischia di diventare un autogol per l’erogazione dei fondi per lo spettacolo: «In Italia altri Teatri hanno aumentato la produttività, ottenendo con l’aumento delle alzate di sipario risultati ragguardevoli nell’assegnazione del Fus. Per esempio nell’ultimo riparto il Teatro Verdi di Trieste ha avuto 770mila euro in più dell’anno precedente e il Teatro di Cagliari un milione e 700mila euro in più. Quindi non basta nemmeno mantenere gli stessi livelli di produzione per garantirsi un Fus invariato, poiché il meccanismo di assegnazione è la ripartizione di uno stanziamento totale tra tutte le Fondazioni. E la crescita di produzione di alcune Fondazioni va a far diminuire la quota destinata alle altre».

Tratto da: Il giornale L'ARENA

Data: 5/03/2019