Gabriele D'Annunzio e Natale Palli sull'aereo Sva utilizzato per il volo

STORIA. Cent’anni fa, il 9 agosto 1918, l’impresa del volo su Vienna
Gabriele D’Annunzio guidò sulla capitale dell’impero austroungarico una pattuglia di aerei che lanciarono migliaia di volantini: un raid che divenne leggendario.
In nessun conflitto il coinvolgimento degli intellettuali è stato pari a quello che si è avuto nella prima guerra mondiale, sia sotto il profilo della militanza ideologica sia per l’effettiva presenza sulla linea del fuoco. In questo scenario l’Italia, forse perché la cultura aveva costituito il nucleo fondante del suo processo di unificazione, rappresenta un vertice assoluto, al punto che l’universo dei suoi letterati in grigioverde ha offerto una prospettiva di analisi storica particolarmente fertile.Il nome più rappresentativo di un impegno spinto al parossismo, fino a guadagnarsi l’appellativo di «poeta soldato», è quello di Gabriele d’Annunzio che il 9 agosto di cento anni fa, con il volo su Vienna, dava vita ad una delle sue «gesta» più famose ed esaltanti.La figura di d’Annunzio è inscindibile dalla storia della partecipazione italiana alla Grande Guerra, a cominciare dal ruolo cruciale di tribuno che il poeta e scrittore assunse con il discorso di Quarto e nelle «radiose» giornate del maggio 1915, durante l’intensissima stagione politica da cui scaturì il nostro intervento. La guerra, per il 52enne «Vate», fu una prova totalizzante vissuta con innegabile coraggio nel segno di un’esperienza superomistica da sempre agognata. D’Annunzio volle essere tutti i combattenti attraverso un’ubiquità che lo vide itinerare senza sosta per tutto il fronte e che aveva il suo riflesso più appariscente nella personalissima uniforme/panoplia alternata a quella d’ordinanza di ufficiale dei Lancieri di Novara; un patchwork in cui il cappello alpino, ma con fregio e piumetto dei bersaglieri, si sarebbe accompagnato al distintivo di «osservatore dall’aeroplano» e alla giacca portata aperta, alla maniera degli «Arditi», il tutto con impeccabili guanti chiari da perfetto dandy.D’Annunzio lo troviamo così tra le fanterie del Faiti e del Veliki (dove la leggenda tramanda del soldato abruzzese che nell’infuriare della battaglia gli grida: «Tu si’ D’Annunzie! Gabbriele! E chi sti’fa’ ècche? Vàttene! Vàttene! Si i’ me more, n’n è niende. Ma si tu te more, chi t’arrefa?»), imbarcato sui Mas della «Beffa di Buccari» ma soprattutto tra i combattenti dell’aria. È il volo infatti a rappresentare il campo di battaglia preferito dal poeta che in svariate occasioni ha modo di dimostrare il suo sprezzo per il pericolo e una non comune consonanza tra pensiero e azione – il suo predecessore nel ruolo di «Vate», Carducci, aveva clamorosamente mancato tre campagne risorgimentali – tanto più degna di nota se si considerano i rischi affrontati ad un’età per i canoni dell’epoca già avanzata e le conseguenze a cui si esponeva in caso di cattura per la taglia messa sulla sua testa dagli austriaci.Il 7 agosto e il 20 settembre 1915, imbarcato come osservatore su piccoli e fragili biposto (un Fba e un Maurice Farman) vola su Trieste e su Trento dove lancia messaggi patriottici mettendo a segno due straordinari colpi propagandistici. Superate le conseguenze dell’incidente che nel gennaio 1916, durante un ammaraggio, lo renderà temporaneamente cieco (sono i mesi in cui scriverà il Notturno) lasciandolo poi privo della vista da un occhio, nell’agosto 1917 l’«orbo veggente» vola sui Caproni in tre missioni di bombardamento contro la piazzaforte di Pola; lo stesso mese, con il medesimo equipaggio, partecipa a dodici incursioni a bassa quota sulle linee dove infuria l’undicesima battaglia dell’Isonzo, a ottobre è con la squadriglia che bombarda con successo la base di Cattaro mentre nel marzo 1918 è nominato comandante di un reparto Siluranti Aeree il cui acronimo S.A. il poeta mutò in «Sufficit Animus», basta il coraggio.Pensato già dal 1915, progettato a settembre 1917 ma risoltosi in un niente di fatto per un complesso intrico di questioni gerarchiche e gelosie tra reparti a cui l’irrefrenabile protagonismo di d’Annunzio aveva aggiunto del suo, il volo su Vienna prende corpo a metà giugno del 1918. Decisive in tal senso furono le straordinarie prestazioni di una squadriglia nata sull’onda emotiva di quella Caporetto che, per dirla con il poeta, «menomò la terra ma ingrandì l’anima»: l’87ª «Serenissima», fondata nelle convulse giornate seguite alla sconfitta sull’Isonzo dal veronese Alberto Masprone (giocatore, allenatore e presidente dell’Hellas, oltre che olimpionico nel disco) e dal legnaghese Aldo Finzi (braccio destro di Mussolini fino al 1924, trucidato poi da partigiano alle Ardeatine), composta in gran parte da piloti veneti e recante le insegne di pace del leone di San Marco con la zampa sul vangelo aperto.D’Annunzio mise gli occhi su questo gruppo di assi famosi per l’eccellente livello operativo e sui loro moderni apparecchi Sva 5, perfetti entrambi per tentare l’impresa, e in poche settimane di frenetica preparazione si arrivò al fatidico 9 agosto. Degli undici aerei partiti all’alba dal campo di San Pelagio, vicino a Padova, solo sette – come le stelle dell’Orsa osserverà d’Annunzio traendone buoni auspici – riescono a raggiungere Vienna dopo tre ore e mezza di volo a 3.000-3.500 metri di quota. Dal suo apparecchio, modificato in biposto, pilotato da Natale Palli e decorato con il leone alato in guerra (zampa che stringe la spada e vangelo chiuso) sotto cui campeggia il motto «Iterum Rudit Leo», il leone ruggisce ancora, il poeta assiste allo straordinario spettacolo della pioggia di volantini tricolore recanti un suo messaggio ai viennesi che la squadriglia, senza sparare un colpo né far cadere una bomba (ben diverso trattamento era stato riservato dagli austriaci a Venezia, martoriata e sfregiata da decine di bombardamenti terroristici), lascia cadere sulla capitale asburgica. Quando gli aerei fanno ritorno dopo 1.000 chilometri di volo di cui quasi 800 in territorio nemico, al generale Bongiovanni che domanda «Che posso fare per voi?», d’Annunzio, portato letteralmente in trionfo insieme agli altri piloti, risponde euforico: «Mandarci a Berlino!».L’eco del raid rimbalza immediatamente in tutto il mondo suscitando un’ammirazione tanto più grande se si pensa alla catastrofe da cui l’Italia aveva saputo risollevarsi tornando a tener testa al nemico; un’ammirazione cavallerescamente condivisa dal pilota austriaco giunto il 10 sul campo di San Pelagio per lanciarvi un plico con alcune lettere dell’unico «serenissimo», Giuseppe Sarti, catturato durante la missione.Il volo su Vienna veniva così a suggellare il ruolo centrale assunto da d’Annunzio in un conflitto che era stato anche scontro di opposte propagande, tanto da far dire al poeta, riecheggiando il giudizio espresso, pare, da un alto ufficiale austriaco: «la guerra non sarebbe stata vinta senza di me». Naturalmente non è così, ma resta innegabile il fatto che in un confronto giocato anche sulla categoria della spettacolarizzazione poter contare su di un attore del calibro e della classe di d’Annunzio aveva fatto la differenza. E che differenza.

Tratto da: L'Arena - cultura- pag. 49

Data: 2/08/2018

Note: Stefano Biguzzi