L' ingresso di una foiba scoperta in Friuli nel dopoguerra

Prendono il via domani le cerimonie ufficiali promosse dal Comune di Verona in occasione del Giorno del Ricordo. La commemorazione, istituita nel 2004 da una legge dello Stato, ha l’obiettivo di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo e della più complessa vicenda del confine orientale”.Come di consueto, qualche giorno prima si terrà la cerimonia in Gran Guardia. Domani, alle 9.30, prefetto, sindaco, rappresentanti della Consulta provinciale degli studenti e presidente del Comitato di Verona dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia-Anvgd porteranno i loro saluti. Seguiranno le testimonianze degli esuli Tullia Manzin, Marina Smaila e Alfredo Polessi. Saranno poi proiettate le immagini d’epoca curate da Paolo Plazzi e l’opera teatrale “Istria addio” tratta da “La cisterna” di Bruno Carra Nascimbeni. Alle 10, nella buvette, aprirà anche la mostra fotografica “Dedicata al ricordo”. L’esposizione, ad ingresso libero, è curata dall’Anvgd ed è arricchita dai testi di Guido Rumici.Sabato 8 febbraio, alle 10.30, in piazza Martiri d’Istria, Fiume e Dalmazia sarà deposta una targa a ricordo del dramma dell’esodo e delle foibe. Nel pomeriggio, alle 16.30, in Gran Guardia, “Ricordi e musica” con l’Ensemble sull’ali dorate.Infine, in quella che da 16 anni è la data ufficiale del Giorno del Ricordo, scelta perché il 10 febbraio 1947 vennero sottoscritti i trattati di Pace di Parigi che assegnarono alla Jugoslavia i territori dell’Italia orientale, si terrà la messa solenne. Le istituzioni cittadine, alle 10.30, saranno presenti al cimitero Monumentale per la cerimonia commemorativa e la deposizione delle corone di fiori.LE TESTIMONIANZE. Domani, in Gran Guardia, tre esuli porteranno la loro testimonianza sulle vicende che hanno vissuto in prima persona durante l’infanzia. Tullia Manzin è originaria di Rovigno d’Istria, cittadina con un campanile che ricorda quello di San Marco a Venezia, un luogo dove la convivenza tra gli italiani, in maggioranza, e la comunità slava scorreva serena. «Il mio dramma», racconta, «comincia nel 1944, avevo nove anni, ma per capire bisogna tornare al 1943. Dopo l’armistizio l’Istria viene occupata dai partigiani agli ordini del maresciallo Tito. Iniziano le prime sparizioni di italiani, gli arresti arbitrari, molti non tornarono più a casa. Alcuni furono fucilati dopo un processo sommario, altri gettati nelle foibe». I rovignesi a fare questa fine furono 56. «Lo scopo», sottolinea l’esule, «era eliminare chiunque potesse ostacolare il progetto di occupazione slava dell’Istria: si terrorizzava per spingere alla fuga». Marina Smaila nacque a Fiume, nel cuore del Golfo del Carnaro, nel luglio 1939. L’infanzia serena, poi l’orrore della guerra. Così ricorda i primi tempi dell’esodo forzato: «Due giugno 1949, Udine, centro smistamento profughi, la nostra destinazione è il campo profughi di Mantova, una vecchia caserma bombardata e abbandonata». All’epoca aveva dieci anni. «Minuscole stanzette, una coperta come porta, bagni precari e in comune, frequento la quinta elementare allestita nel campo, ma sono ormai una bambina adulta, i giochi non mi interessano più e non stringo amicizie perché spero di andarmene presto». La sua famiglia arrivò a Verona, nel maggio 1951».Alfredo Polessi, nato a Zara nel 1931, nell’aprile 1944 lasciò la sua terra, con la famiglia, su un piroscafo che rischiò di essere affondato dai sommergibili inglesi. Da Trieste, poi, raggiunse Frascarolo in provincia di Pavia, «ospitati», racconta, «in una cascina con i nostri quattro materassi e i bagagli raccolti in quattro casse». Nel 1947 si trasferì a Como, dove il papà aveva trovato lavoro. In seguito si stabilirono a Pisa dove si laureò in Chimica a prezzo di grandi sacrifici. Negli anni ’60 l’arrivo a Verona.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 21

Data: 5/02/2020

Note: E.S.