Ritorna l’eterna sfida: quale sarà il futuro dei dottori di famiglia?Al centro del dibattito sul futuro della sanità veneta e sulle cure da garantire sul territorio c’è la figura del medico di base, o di famiglia. Come riorganizzarsi? L’assessore Coletto, dice Frapporti, «non dice che il modello di nuovo piano sanitario è in gran parte copiato da quello lombardo che tende a dividere la popolazione in categorie di malati e a monetizzare le prestazioni a varie categorie di erogatori-gestori. Su questo chiediamo un confronto aperto e approfondito. Non c’è dubbio che l’organizzazione delle cure territoriali ha bisogno di forme organizzative adeguate all’aumento della domanda, ma è altrettanto chiaro che la sanità del territorio non può essere monetizzata perché ha bisogno di un sistema di cure con la presa in carico complessivo, continuativo e fiduciario della persona e della sua famiglia con i curanti».In alcuni settori della politica che governa la Sanità del Veneto si propone come la soluzione di tutti i problemi il medico di famiglia dipendente dalla Regione, precisa Frapporti: «Il problema centrale al quale sta sfuggendo il Veneto non è se il medico di famiglia debba essere un convenzionato o un dipendente, ma quale è e quale dovrebbe essere, ancora meglio di oggi, il ruolo del medico di famiglia e delle cure primarie nell’articolazione del Servizio sanitario regionale. In un sistema sostenibile all’ospedale e agli specialisti competono le cure ad alta tecnologia e ad alta intensità, regolate e misurate in termini di prestazioni con costi standard, al medico di famiglia e alle cure territoriali compete la presa in carico della persona, anzi della famiglia, garantendo non singole prestazioni, ma la presa in carico continuativa dei problemi fisici, dei disagi anche emotivi ed esistenziali, della prevenzione e dell’accompagnamento nelle fasi terminali con metodi a basso costo ma ad alta intensità umana. Se questi due gambe del sistema (ospedale e territorio) agiscono integrandosi con i loro rispettivi ruoli, competenze e culture il sistema sta in piedi, altrimenti non può reggere la crescente domanda dei cronici ne economicamente».L’impressione, commenta ancora Frapporti, «è che il Veneto oggi (almeno in una parte del suo ceto politico) rischia di perdere la strada dell’innovazione originale della nostra Regione che integrava sociale e sanitario, alta tecnologia e cure di prossimità. Sembra si stia perdendo la cultura della umanizzazione delle cure che era patrimonio storico della nostra sanità. E copia, male, il sistema lombardo, enfatizzando la monetizzazione delle prestazioni, esternalizzandole con appalti al ribasso a gestori improbabili, anche cooperative, nelle quali, è capitato, che per ridurre i costi si faccia macelleria sociale del personale».«Dispiace – conclude – che anche organizzazioni sindacali storiche non comprendano il pericolo di questa deriva. Ci vuole un sussulto di cultura nuova, che risvegli la cultura sociale tradizione del Veneto, basata sul dialogo tra le varie componenti sociali, sulla integrazione dei saperi e delle responsabilità, sulla valorizzazione delle esperienze oltre che sulla Governance centrale, invece che sugli slogan e sul dirigismo».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 19

Data: 27/05/2018