L’ANNIVERSARIO. Dieci anni fa, il 16 giugno 2008, se ne andava a 86 anni lo scrittore di Asiago
La sua eredità sono scritti potenti in cui storie di guerra e umanità raccontano lo scorrere delle stagioni e la vita che rilascia gocce di eternità

Sono trascorsi dieci anni da quando il sergente di Asiago è tornato definitivamente “a baita”. Ma niente è cambiato. Le sue storie di pace e di guerra continuano a raccontare lo scorrere delle stagioni, lo stupore dell’alba, l’emozione di una vita fragile come un fiocco di neve, e tuttavia destinata a perpetuarsi nel ciclo di un divenire fra le cui pieghe ogni cosa lascia la sua minuscola goccia di eternità.Mario Rigoni Stern, l’autore de Il sergente nella neve, uno dei libri più letti e amati del dopoguerra, se n’è andato a 86 anni il 16 giugno 2008 in quel suo Altipiano al quale era tornato nel maggio del 1945, dopo essere scampato alla prigionia e all’implacabile morso dell’inverno russo. Un’esperienza drammatica, che evocò in pagine vigorose e nitide, sottese da un fermo richiamo morale. Un percorso narrativo che, iniziato con il ricordo della tragica epopea della ritirata di Russia, era approdato alle intense vibrazioni emotive di Ritorno sul Don, resoconto di un viaggio all’indietro nel tempo compiuto a distanza di quasi trent’anni. Un modo per chiudere il cerchio. Un ultimo saluto ai commilitoni sepolti nella steppa prima di tornare al suo angolo di cielo da cui ogni mattina, dalla finestra della sua casa rosa, bevendo il caffè, guardava il bosco e la montagna di fronte, cercando la luce del sole ancora tenue sugli alberi e lo scintillio della neve sui prati.Amava il bosco Mario Rigoni Stern, i suoi profumi, il suo silenzio, ma soprattutto gli piaceva narrare. Una narrazione che, dalle rive del Don, era arrivata a lambire il profilo della sua terra, descritta nella Storia di Tönle (premio Campiello e Bagutta 1978) con accenti misurati e segreti. Gli stessi che attraversano gli orizzonti di Inverni lontani, un delicato amarcord acquerellato di bianco e d’azzurro. «La neve» scrive l’autore vicentino «verrà leggera come piccole piume d’oca, soffermandosi prima sugli alberi, quindi filtrerà tra i rami posandosi infine sui cortinari gelati, sugli arbusti di mirtillo, sul muschio come velo di zucchero su una torta. Le lepri, i caprioli, i cervi staranno immobili a guardare il nuovo paesaggio. Le volpi dentro la tana spingeranno fuori il naso per fiutare il nuovo e antico odore che ritorna…».Il segno di un lirismo rapido ed essenziale, già presente nel primo lavoro, diventerà particolarmente evidente nella raccolta Il bosco degli urogalli, capace di passare dalla memoria storica al racconto di una natura in stretta consonanza con l’uomo e la sua ricerca di bellezza e armonia. Non a caso in tante sue pagine, albe e tramonti, boschi e radure si trasformano in paesaggi dell’anima. Basta rivoltare un sasso dietro casa, diceva, per scoprire un mondo. E’ dunque la voce della poesia a tenere insieme l’opera di Mario Rigoni Stern. Nei suoi libri, osservava Fernando Bandini, guerra e pace si alternano. La prima è vista come suprema alienazione dell’umano, mentre la seconda ha i connotati poetici della terra natale e della casa, del lavoro e della fatica, della legna raccolta nei boschi e bruciata durante i lunghi inverni, del pane e del vino per i riti della mensa e del riposo.Guerra e pace, natura e storia innervano la trama di una scrittura dal cui traspare la rifondazione di un’etica calpestata nell’orrore dei campi di battaglia e ritrovata nel battito di un tempo dove il buio della ragione è rischiarato da una pietas generosa e accogliente. Il tutto restituito con un linguaggio che negli anni seppe affinarsi e tendersi fino a confluire in una visione in cui il cambio delle stagioni, il colore della neve, l’arrivo delle allodole e il canto della primavera sembrano evocare quel «brivido della creazione che da sempre precede il sorgere di un’alba nuova».

Tratto da: L'arena-cultura-pag.55

Data: 17/06/2018

Note: Maurizia Veladiano