L'atrio con il tavolone al centro: i veronesi la sala la ricordano così

PASSATO E FUTURO. Il risultato dell’operazione di ristrutturazione e restauro è stato illustrato nel corso di un evento battezzato «restArt» nel salone degli sportelli
Presentato l’intervento che ha permesso di ricavare 15 alloggi residenziali di lusso nello storico edificio cittadino progettato nel 1924 dall’architetto Fagiuoli.

Qualcuno ancora oggi si affaccia al portone di ingresso con una raccomandata in mano, convinto di poterla spedire. Altri, ben consci del fatto che Palazzo delle Poste abbia definitivamente chiuso i battenti, se ne hanno l’occasione sbirciano nell’atrio, per rievocare un passato ormai andato.L’occasione di ammirare gli interni del prestigioso edificio, progettato nel 1924 dall’architetto Ettore Fagiuoli, è stata garantita a tutti, ieri, con una serata di gala al Salone degli Sportelli.L’iniziativa è stata organizzata da Abitare Co., Milano Contract Distric e Tecma Solution, per presentare alla città i nuovi 15 alloggi residenziali, in attesa di nuovi, senz’altro abbienti, proprietari. L’evento, battezzato restART, ha voluto segnare il punto di svolta nella rinascita della struttura, destinata a far vivere nella storia chi la sceglierà come dimora.«Il palazzo sta riprendendo vita, ed è già abitato da tre nuclei familiari», fa presente Alfredo Balzotti, amministratore delegato della società Residenza Palazzo Poste, nata quattro mesi fa per riassorbire, tramite la Bain Capital Credit (uno dei maggiori fondi di investimento americani) la precedente proprietà del gruppo Bongiovanni che, già nel 2015, ha realizzato al grezzo i nuclei abitativi. «Il palazzo, finora silente, rimasto intrappolato in un progetto residenziale arenato con la crisi economica, sta ora riprendendo voce, permettendo di rilanciare sul mercato unità residenziali di alto livello».Nell’ampio salone che si apre alla vista non appena varcato l’ingresso, spiccano ancora le sagome dei desueti sportelli. Mentre l’imponente tavolone in marmo, a firma sempre di Fagiuoli, su cui la gente compilava bollettini e indirizzi, è sparito dalla scena, custodito al momento in un magazzino della società proprietaria. Sono spariti pure, dagli stipiti in marmo all’ingresso, le tracce del presidio di epoca fascista, che riportavano segni, frasi e «incisioni» dei militari che popolavano il palazzo.Al piano terra, spazio comune, a breve, saranno invece disposte sale lounge, di co-working e wellness a servizio di chi abiterà l’edificio, e sotto la struttura è stato ricavato un ulteriore piano per garantire parcheggi ai residenti.Nulla a che vedere con il parcheggio interrato che si era tentato di realizzare una quindicina di anni fa di fronte al Palazzo, finendo poi per inciampare sui resti archeologici di edifici medievali.Il Fagiuoli, infatti, realizzò la sua opera architettonica sulle ceneri di alcune case scaligere. La targa in latino, che si legge all’esterno del Palazzo, sul lato dei giardini di piazza Viviani, conferma la nascita di un edificio pubblico, pagato dai cittadini, e ultimato nel 1930.«Si tratta di uno degli edifici meglio realizzati tra quelli progettati dal Fagiuoli», fa notare l’architetto Paolo Richelli, direttore dei lavori. «È curioso ricordare come, anche in passato, proprio come ora, i progetti, persino di professionisti importanti, rischiassero la bocciatura. La proposta di demolire edifici medioevali sollevò infatti delle polemiche e il progetto dovette essere spedito un paio di volte a Roma, prima di ricevere il nullaosta».Non solo, la planimetria fu anche ridimensionata, per evitare l’abbattimento di un enorme tiglio che donava ombra ai bimbi della città. La stessa pianta è stata poi abbattuta negli anni ’70.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 16

Data: 28/06/2019

Note: Chiara Bazzanella