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Articolo   Verona - San Zeno - Chinatown
pubblicato il 06.01.2013, 19:19:02. Categoria: non assegnata

Verona sempre più si appresta a diventare una grande città assumendo a poco a poco gli aspetti di una metropoli.


Abbiamo un grande aeroporto che, come si conviene a una metropoli, perde quattrini a palate, abbiamo un grande stadio, quasi sempre semivuoto, e ne vogliamo fare un altro, e abbiamo mille idee in cantiere: l’autodromo (dove al massimo si faranno corse in bicicletta, ma in compenso saranno distrutti ettari di verde), la copertura dell’Arsenale (sempre per favorire il verde), la tranvia, il traforo,  ecc. ecc.


Ma la trasformazione in metropoli della nostra città avviene anche in silenzio, senza alcun progetto specifico, così, a seguito della sistemazione di piazza Corrubio, anche a Verona è nata Chinatown (o come scriverebbe la Olga ciainataun o forse la si potrebbe ribattezzare China - San Zen).
Infatti i proprietari di molti vecchi e tipici negozi della piazza, fiaccati e avviliti, prima moralmente e poi economicamente dai lunghissimi lavori per la costruzione del parcheggio sotterraneo (che serve pochissimo ed è troppo caro), hanno ceduto le loro attività ai cinesi.


Bravi questi cinesi: gran lavoratori, infatti sono sempre carichi di contante (la loro banca evidentemente è il materasso), sono sempre sani (mai visto uno in farmacia o dal medico) tanto è vero che non muoiono (mai vista la salma di un cinese) si cibano di aria (mai visto uno in un negozio di alimentari), le loro auto non necessitano di carburante (mai visto uno dal benzinaio).


Ed ora noi abbiamo fornito loro la piazza adatta: una piazza senza più un’anima, tanto somigliante alle piazze anonime di tante altre città.


Sarò forse appartenete alla schiera dei “laudatores temporis acti” ma mi duole fortemente veder scomparire giorno dopo giorno la "veronesità".


Piazza Corrubio esprimeva la vita, il cuore e l’animo dei sanzenati: parte essenziale della cultura di Verona.


Ora ciò si perde e noi siamo un po’ più poveri.

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Articolo   La paella, il baccalà e i buoni cristiani
pubblicato il 17.12.2012, 12:16:53. Categoria: non assegnata

La paella, tutti lo sanno, è un piatto tipico spagnolo, divenuto ormai internazionale, nato sulle coste del mediterraneo tra Barcellona e Valencia. Come spesso accade la paella è nata come piatto povero; gli ingredienti che accompagnavano il riso erano infatti quello che c’era o che si poteva trovare facilmente: i frutti di mare raccolti poco lontano dalla spiaggia, le verdure di stagione, qual-che parte poco nobile di pollo, coniglio e maiale; il tutto mescolato in una grande padella (che in spagnolo di dice appunto paella, pronuncia paeglia).


Non è certamente il solo caso di piatto povero che approda ai fasti dell’arte culinaria: nel nostro veneto c’è l’esempio sublime del baccalà, pesce secco, insipido e poverissimo che la sapienza delle nostre massaie, ha trasformato, accompagnato della polenta, in piatto prelibato (in termini plebei, polenta e baccalà; in termini aulici, pesce veloce del baltico con crema di mais). Come ha fatto il baccalà ad arrivare nel Veneto? Lo si deve a un commerciante veneziano, Nicola Michiel che aveva iniziato una proficua esportazione di vini nei Paesi Bassi. Durante un viaggio in nave con questo carico si imbatté in una terribile tempesta nella Manica; la nave perdette l’albero e il timone e andò alla deriva, toccando terra, con l’equipaggio decimato per la fame e il freddo, in un’isola che però era deserta.
Tuttavia Michiel non perse la speranza perché aveva notato una grande croce sul punto più alto dell’isola, segno che da qualche parte dovevano esserci dei buoni cristiani. Questi infatti vennero, come facevano periodicamente, sull’isola, videro i poveri naufraghi e li portarono nelle loro case dove, da buoni cristiani appunto, diedero loro da mangiare, li rivestirono e fornirono loro i mezzi per tornare a casa. In questa avven-tura, al mercante Michiel non era sfuggito che gli abitanti di quelle lontane isole (isole Lofoten, in Norvegia, non lontane dal Circolo Polare) si cibavano di un pesce essiccato al sole che conserva-vano in appositi capannoni (pesce stockato = stok fish = stoccafisso) e ne iniziò l’importazione con vantaggio per tutti: i pescatori norvegesi, Michiel, che si arricchì, e le nostre gole.
Tutto ciò nato per un gesto di carità cristiana di quei sicuramente poveri allora, pescatori norvegesi.


Ma cosa c’entra la carità cristiana con la paella? Per noi parrocchiani di San Pancrazio c’entra e molto.  Da tempo infatti, alcune Signore della nostra Comunità mettono a disposizione le loro notevoli capacità culinarie per offrirci un  piatto abbondante e gustosissimo di paella, chiedendoci in cambio un obolo non per il loro servizio ma a beneficio delle missioni in Guinea Bissau. Ma questo gesto di carità cristiana non è il solo che compiono: altrettanto importante è il fatto che la paella di Porto San Pancrazio, ora esportata anche in altre parrocchie, serve a riunire periodicamente molti di noi in amicizia fraterna. Anche per questo perciò va il nostro ringraziamento alle signore della paella. 




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Articolo   Arroganza del potere
pubblicato il 09.11.2011, 13:56:48. Categoria: il potere.

Lettera inviata all'Arena


Alcuni giorni or sono è stata ufficialmente inaugurata la piazza antistante alla chiesa di San Pancrazio, intitolata a Papa Giovanni Paolo II.


Pochi, purtroppo, i partecipanti, sicuramente a causa di un difetto di informazione. Buona comunque la nuova sistemazione, anche se la piazza è guastata nel suo aspetto da un mostruoso palazzo in costruzione (complimenti a chi ha dato il permesso di costruire un palazzo del tutto stonato rispetto all’ambiente) e la spesa (160.000 €, se ben ricordo) mi pare eccessiva.


L’inaugurazione è stata presieduta dal Sindaco, che ci ha fatto questo onore, giungendo puntuale con l’auto blu. In questo caso, l’uso dell’auto ufficiale è sicuramente corretto.


Sin qui niente da dire, se non che l’autista, dopo aver scaricato il sindaco, ha fermato la macchina esattamente davanti a un passo carrabile.


Mi sono rivolto a un vigile e gli ho chiesto se il sindaco ha il permesso di sostare dove è vietato. Mi ha risposto,molto cortesemente, che la vettura non era in sosta, ma soltanto in fermata, come era provato dal fatto che l’autista era sul posto e quindi poteva rimuoverla in qualsiasi momento.


Ho fatto notare al vigile che, davanti alla macchina, c’era tanto posto da potervi parcheggiare un TIR: sarebbe stato sufficiente avanzare di tre o quattro metri e che, per questa ragione, consideravo il fatto come una piccola, ma non trascurabile manifestazione di arroganza del potere. Il vigile mi ha risposto con un sogghigno di difficile interpretazione.


Più tardi un amico mi ha dato una probabile spiegazione del tutto. Davanti al passo carrabile c’era ombra, mentre i posti liberi poco più avanti erano al sole (il sole di ottobre...) e quindi l’autista ha evitato al sindaco, quando fosse risalito in macchina, un disagio o addirittura (Dio non voglia) un malessere.


Continuo a pensare che questo atteggiamento configuri un’arroganza del potere, come quello tenuto dalla senatrice Bonfrisco che si è rifiutata di togliersi le scarpe (le scarpe, non le mutande) ai controlli aeroportuali.  (Ma chi è la senatrice Bonfrisco? E’ un illustre Carneade che ogni settimana va a Roma a nostre spese, per scaldare i banchi del Senato...)          

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Articolo   Berlusconi va in Tunisia.
pubblicato il 03.04.2011, 11:01:13. Categoria: Considerazioni politiche.

Il titolo di testa dell’Arena di ieri recita: Berlusconi va in Tunisia. Nasce spontaneo, ovvio e lapidario il commento: speriamo che ci resti. Come il suo amico, il latitante Craxi; meglio ancora se trattenesse con sé anche Maroni. Sarebbe un'’autentica benedizione: la magistratura potrebbe cominciare a occuparsi di altre cose oltre che dei vari processi alle malefatte del nostro presidente e di un buon numero di belle ragazze facili


Meno male che Silvio c’è, dice uno slogan.


Assolutamente pertinente per tutte le olgettine beneficate da una pioggia di Euro e per i loro genitori non più costretti a lavorare per vivere potendo usufruire dei benefici derivanti dalla lucrosa attività delle figlie.

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Articolo   Festeggiare oppure no l’Unità d’Italia?
pubblicato il 28.02.2011, 21:41:43. Categoria: Considerazioni politiche.

Molti sono gli argomenti dei contrari. Chi dice che la data è discutibile: 150 anni fa è nato un Regno (e non una Repubblica) d'’Italia ancora privo di Roma e Venezia; altri obiettano che il moto che ha portato all'’unità non è stato affatto popolare, ma un movimento d’'èlite; molti altri sono gli argomenti dei contrari, parte dei quali certamente degni di considerazione e di dibattito.


Ma io ritengo che, al di là di tutto questo, sia giusto festeggiare la nostra unità, l’'unità dei cittadini che si sentono appartenenti alla nazione Italia, perché si sentono parte di quella cultura che ha espresso una letteratura (da Dante a Manzoni, dal siciliano Tomasi di Lampedusa al triestino Italo Svevo), una pittura (dal siciliano Antonello da Messina al veneto Tiziano), una musica (dal siciliano Bellini al veneziano Vivaldi) che si possono definire senza alcun dubbio italiane.


Io sento di appartenere, sia pure come modesto rappresentante, a questa cultura e me ne se sento onorato.


Certo chi non si sente parte di questa cultura, non ha niente da festeggiare. Tuttavia vorrei osservare che essere nati in Italia e non sentirsi parte di questa cultura, significa spesso essere privi di cultura.


L’'amore per l’'Italia e il dolore per la sua decadenza, che io profondamente sento, hanno portato Dante a scrivere quei versi, triste immagine del presente:


"Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta, non donna di province ma bordello"


(Div. Comm. Purgatorio, canto VI).

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12 Novembre 2009 BORGO TRENTO - Verona