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IL CASO. Il suo «letto» è all’ultimo piano dell’ospedale, sopra l’ortopedia. «Non ho niente, neanche i vestiti che indosso ma sono felice così. Con la pensione compero il cibo».
Franco ha 74 anni e da 5 mesi vive per strada: «Per scelta, sono rimasto vedovo e tutto è cambiato Ho due figli ma non sanno nulla» 

Una vita al contrario, un percorso al rovescio. Prima: casa, lavoro, moglie, figli. Dopo: strada, mensa, bagni pubblici, caos. Prima: famiglia, regole, affitto, bollette. Dopo: homeless cioè senzatetto che significa soprattutto libertà. Prima: dentro la società, ordine. Dopo: fuori, disordine. Da cinque mesi Franco B., veronese doc, ha mollato tutto e ha scelto la strada. Vive alla giornata, di quel che c’è, spesso il nulla. «Quando trovo persone di buon cuore mi nutro della loro carità», dice, «quando incontro quelle cattive sorrido alle loro brutte parole, agli sguardi pieni di disprezzo. Stanno peggio loro di me. Perché loro si arrabbiano, provano odio e l’odio, si sa, fa male, logora l’anima, imbruttisce. Io, invece, adesso più di "prima", vivo in pace, sono sereno, chiedo "per piacere" e ringrazio sempre. Arriva l’offesa? Lo metto in conto, "prima" anch’io stavo dall’altra parte e non capivo». Franco è un inquilino fisso del polo Confortini. Dorme nel sottotetto dell’ospedale, scala gialla, la sua camera da letto è il pianerottolo sopra al quinto piano, area ortopedica. E’ un clochard per scelta. «Per scelta perché non avevo scelta», gioca con le parole, «ho due figli ma di me non sanno niente, neanche che sono un barbone. Non voglio l’aiuto di nessuno, men che meno il loro. Ho solo un desiderio: morire in fretta perché sono stanco».Franco ha 74 anni, lo scorso autunno ha perso la moglie da cui si era separato anni prima. «E’ stato quello il momento in cui ho deciso di non volere più niente, nemmeno la casa. Basta pensieri: pulizie, spesa, bollette, bucato. Basta alzarmi al mattino sapendo di dover fare sempre le stesse cose e andare a letto alla sera con l’angoscia perché, il giorno dopo, non sarebbe cambiato nulla. Ho detto basta», batte il pugno tra le mani, «e nel giro di 5 minuti ho scelto: mai più obblighi, mai più muri di mattoni e mentali, mai più regole. Mi sono sentito subito più leggero, felice. Certo, ho meno agi e benessere ma più libertà e cuore leggero. Questi cinque mesi sono stati belli, ho visto tante cose, conosciuto persone, studiato il cuore della gente e ho capito tanto…. Non tornerei indietro per tutto l’oro del mondo». Franco è uno educato. Si vede che sulla strada c’è arrivato tardi. Non tanto per l’aspetto – «puzzo, lo so, perché mi lavo quando posso e mi cambio poco perché non ho nemmeno un vestito mio», sghignazza, «ma non mi importa. Ogni lunedì vado a fare la doccia dai frati, qui in ospedale invece mi risciacquo faccia e mani al mattino quando mi alzo, mangio alla Caritas, alla San Vincenzo o alla mensa del Barana. Oppure, dato che ho la pensione, vado al supermercato a comperare il prosciutto e un pezzo di formaggio, un frutto, quello che mi va». Franco racconta di percepire 850 euro al mese e di spenderli tutti in cibo e, quando non riesce a farsele regalare dai passanti, in sigarette. «Facevo il geometra per una ditta di prefabbricati», racconta, «mi piaceva, ero uno serio in ufficio, non ho mai avuto problemi con nessuno. Anche fuori dal lavoro sono sempre andato d’accordo con tutti. E anche oggi, anche se sono ridotto così, non baratto la mia educazione con niente altro, non giustifico i miei "colleghi di cartone" che, vivendo ai margini, credono di potersi permettere tutto. Eh no: siamo pur sempre essere umani, non bestie, e non è giusto perdere la propria dignità riducendosi come gli animali». Poi, Franco racconta la sua giornata tipo: «Dormo su questo pianerottolo», e ci porta a fare un tour, «mi tolgo il giubbino e lo arrotolo così diventa un cuscino. Se trovo cartoni in giro, mi ci butto sopra, idem con la coperta. Di notte qui c’è sempre qualcuno che vuole rubarmi il posto, quando fuori fa freddo siamo anche una decina, ma sanno tutti che questo è il "mio letto" e non me lo devono prendere. A Borgo Roma, invece, di solito ci sistemiamo nella zona del Pronto soccorso oppure su per i piani. Ma non c’è confronto: qua al Confortini si sta meglio perché è tutto nuovo. Comunque, alle 4.30 mi sveglio perché entra la luce dalle vetrate, scendo nella toilette a rinfrescarmi, se ho i soldi vado al bar a prendere il caffè oppure esco e comincio a girare per la città. Alla sera, verso le 20, dopo aver cenato sempre "a caso", torno qui e vado a dormire». Poi si rabbuia: «Ecco, non capisco perché ogni tanto vengano gli agenti a cacciarmi via, in malo modo, anche con i cani. Basta chiedere, gentilmente, e io me ne vado. Non serve offendere, umiliare o spaventare. So che occupo uno spazio pubblico e, visto che questo è un ospedale, non è igienico, lo capisco, non accetto però di venire trattato come un delinquente: non ho mai fatto male a nessuno. Credo che i disonesti siano altri… ».
Camilla Ferro

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 15/03/2017

Note: CRONACA - pag. 16