Ezio Maria Caserta

JANA BALKAN, attrice e vedova di Caserta
«Io e Ezio insieme per un teatro come laboratorio del nuovo»

Sono cinquanta. Era il 1968 ed Ezio Maria Caserta e Jana Balkan inauguravano il Teatro Scientifico – Teatro Laboratorio.
Spazio alternativo fin dall’inizio, nel 1975 quando in piazzetta Fontanelle Santo Stefano passano Salvatores, Benigni, Paolo Poli, Odin Theatre, Living Theatre, Grotowski, Paola Borboni, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Raf Vallone.
Davanti a quelle seggiole rosse di tela muovono i primi passi anche musicisti come Gianna Nannini, Paolo Conte, Francesco Guccini, Leo Ferrè e Gino Paoli.
Una lunga storia fatta di collaborazioni, produzioni, tesi di laurea, un racconto di una vita che sabato 22 settembre alle 20.45 prenderà la forma di una festa.«Proietteremo materiali d’archivio», racconta Isabella Caserta, «ci sarà un concerto jazz con i musicisti che hanno lavorato con noi e con Ezio, verrà presentata anche la nuova stagione che sarà inaugurata il 28 settembre con uno spettacolo di Roberto Latini».
Molte le manifestazioni d’affetto arrivate in questi giorni.Ci sono persone che non sentiamo da anni e che però ci hanno detto quanto hanno nel cuore questo teatro.
E tutto questo è un motore che ci sprona ad andare avanti e superare i nuovi ostacoli.
Quelli di sempre che accompagnano un progetto nato nell’alveo di un’utopia sociale di cambiamento?
Agli inizi degli anni sessanta – racconta Jana Balkan – era forte e veniva da più fronti l’esigenza di portare avanti un teatro che facesse riflettere l’uomo su quelle che era la situazione sociale storica del tempo. Un teatro che fosse una tribuna aperta al mondo.
Per noi significava portare anche il teatro in luoghi rigidi, tradizionali come Sala Boggian o conservatorio Montemezzi.
Erano gli anni dei dibattiti che spiegavano lo spettacolo e poi alla fine dividevano le opinioni del pubblico nel forum che seguiva la visione.
Chi tra gli artisti passati sentite di aver accompagnato più a lungo formandone il percorso?
Per noi è importante, oggi come allora, dare spazio ai giovani, ai talenti di potersi esibire ed essere conosciuti.
Cosa significa essere teatro Laboratorio oggi?
L’utopia è sempre quella, andare avanti fino alla fine. Essere focus sul presente, con un indagine sociale che punta sul teatro della differenza, un teatro che deve diventar apertura sul disagio fisico e mentale. Per me il teatro ha un senso se è innovazione.Come mediare questa innovazione con la necessità di ancorarla alle radici volute da Ezio Caserta?
Già negli anni ottanta Ezio aveva una sensibilità artistica verso i portatori di Handicap e la stessa studiosa Cristina Valenti ha intitolato il suo studio “Il Teatro Scientifico di Verona: una famiglia d’arte fra rinnovamento generazionale e sperimentazione di forme nuove”. Il solco c’è.
Quale sofferenza vi è rimasta irrisolta in cinquant’anni di attività?
Il pubblico è affezionato. La spina nel fianco è ciò che è successo all’ex funicolare, un lutto mai elaborato, un dolore che non potrà mai essere riparato.
Ci sarete nel progetto della cittadella dell’arte recentemente disegnato dal Comune?
Noi abbiamo fatto una proposta concreta e visto che si parla di progetto artistico e visto la ricerca è un nostro progetto cardine, spero che l’amministrazione ne tenga conto.
Isabella, quale dei Suoi figli porterà avanti un domani il progetto Teatro Laboratorio?
Uno è un archeologo, il secondo è lo chef, il terzo è vocato alla musica. Chi ha nel cuore il teatro è mio nipote Riccardo Caserta.