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L´ITINERARIO. Tra via San Cosimo e via Zambelli, accanto a piazza Nogara, si trova la villa romana scoperta una quarantina d´anni fa nei sotterranei della Popolare.

L´edificio venne costruito tra il primo e il secondo secolo: aveva un cortile interno e anche un impianto di riscaldamento.

I passanti che transitano per via San Cosimo, a fianco di piazza Nogara, forse ci danno sì e no un´occhiata distratta, ad eccezione dei turisti che ne sono più incuriositi. Ma quello che s´intravede dalla vetrata sotto palazzo Forti, dove si trovano gli uffici della sede del Banco Popolare, è uno dei più begli esempi cittadini di villa romana. Posta a tre metri e dieci sotto il livello del suolo, quet´area è venuta alla luce una quarantina d´anni fa, nel 1976, quando è stato restaurato il palazzo del Banco Popolare. Grazie a un´intelligente operazione di restauro e di valorizzazione da parte della Soprintendenza ai Beni Archeologici, questo particolare sito archeologico è stato reso visibile al pubblico dalla strada ed è oggi visitabile su prenotazione telefonando al Banco Popolare. In questa ricognizione ci accompagnano Elisa Comencini, addetta stampa del Banco Popolare, l´archeologa Paola Fresco e Ca! rlo Furlan, la nostra guida lungo le mura magistrali.<br L´INGRESSO è da via Zambelli. Entriamo nel palazzo e scendiamo per una ventina di scalini fino a trovarci su una piattaforma sospesa sull´antica pavimentazione della domus romana. L´importanza di questa casa databile tra la fine del primo secolo e l´inizio del secondo secolo, probabilmente appartenente a una famiglia benestante, sta nel fatto, come spiega l´archeologa Fresco, «che è una delle poche ad essere stata trovata integra». Il sito si sviluppa su un´area quadrata, di circa 20 metri per 20. L´impianto della casa si articola intorno ad un cortile e a un porticato a «U» su cui si aprivano vari ambienti. «Si tratta di una tipologia abitativa piuttosto diffusa in epoca romana», aggiunge Paola Fresco, ricordando che in centro questa era una casa piuttosto comune da vedersi.
LA CASA aveva alcuni ambienti riscaldati, come testimonia la presenza, sulla nostra des! tra, di un «prefurnium», una struttura dove si bruciava la l! egna il cui calore, grazie a una serie di tubature sotto il pavimento, andava a scaldare alcuni ambienti, quelli in cui probabilmente d´inverno trascorreva la maggior parte della giornata la famiglia che viveva qui. L´abitazione era ampia e molto curata, come testimoniano i raffinati mosaici che decorano i pavimenti.
AL CENTRO della casa c´era il cortile e ancora si possono notare due vasche in pietra di cui la maggiore rappresenta la metà dell´originale. Queste vasche venivano alimentate direttamente dall´acquedotto che correva sotto la sede stradale romana. Dovevano rappresentare non solo una comoda fonte idrica per le necessità domestiche ma anche un´oasi di frescura in estate, a riprova che gli antichi Romani sapevano circondarsi di comodità.
I MOSAICI che colpiscono l´attenzione, e in particolare quelli della zona di destra, sono stati realizzati in epoca successiva alla costruzione della domus. Ancora ben conserva! to un grande riquadro decorato con un motivo a croce con tinte decise, nero, viola, rosa, giallo, su fondo bianco. Le tessere musive non sono così minute come quelle ammirate nella villa romana di Valdonega ma il disegno rivela una grande raffinatezza e la tecnica compositiva manifesta una notevole maestria. Altri disegni si notano nei diversi vani del sito e catturano tutti lo sguardo anche se sono in parte rovinati. Tra questi una decorazione floreale a tinte vivaci e parti di disegni geometrici. Si tratta di decorazioni in uso tra il terzo e il quarto secolo, diffuse anche in Africa settentrionale, in Sicilia, in Sardegna e in Spagna. In particolare alcuni disegni di questa domus avrebbero affinità con due pavimenti siracusani.
I SEGNI di crolli e di incendi rinvenuti in questo sito archeologico ci ricordano che la città romana scompare quasi del tutto, a parte alcuni grandi monumenti con l´anfiteatro, il teatro romano o l´arco dei Gavi, intorno al se! sto-settimo secolo, a causa del succedersi di eventi anturali, come ino! ndazioni e terremoti, o artificiali, come gli incendi e lo smantellamento degli edifici per costruirne altri. A quest´ultimo destino non si sono sottratti l´antico Capitolium che sorgeva in fondo a piazza Erbe e la stessa Arena, in parte «cannibalizzata» già dall´epoca dell´imperatore Gallieno, i cui pezzi si trovano sparsi in edifici della città. Sui resti dell´insediamento romano, si costruì la Verona medievale, rialzata di alcuni metri rispetto al piano romano. Sotto una coltre di detriti l´antica città dei Romani, con ciò che restava dei palazzi, delle strade, dei templi, è rimasta celata per secoli, fino a riaffiorare in epoca recente quando si è cominciato a scavare per realizzare garage, cantine e fognature. E lo splendore degli antichi costruttori è tornato a riempire i nostri occhi di meraviglia.8-continua

 

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 3/06/2012

Note: CRONACA – Pagina 20