INIZIATIVA. Per sei mesi hanno ospitato Rashed, un ghanese di 19 anni
Barbara e Marco: «Abbiamo avuto il supporto degli amici. La convivenza non è sempre facile, ma consente di avvicinarsi a un punto di vista diverso».
Lei, 48 anni, impegnata nel sociale a tutto tondo, sia a livello lavorativo, come operatrice in una cooperativa, sia nel tempo libero, come volontaria in una onlus. Una donna energica, positiva, alla mano, «chiacchierona» per sua stessa ammissione. Lui, 50 anni, consulente scientifico di un’azienda di prodotti officinali, un tipo più pragmatico che idealista, abituato a basarsi «sui dati certi, non sulle impressioni».Sono Barbara Cei e Marco Valussi: la coppia, al momento unica a Verona e fra le pochissime in Veneto, che ha deciso di ospitare un rifugiato nella propria abitazione, nel quartiere Pindemonte. Per farlo, si sono appoggiati a Refugees Welcome, un network solidale che opera in 14 Paesi, tra cui l’Italia, per trovare una famiglia ai migranti già titolari di protezione umanitaria.GRATUITAMENTE. Con Barbara e Marco, la replica che di solito chiude a bocca ai pro-accoglienza – «Allora portali a casa tua!» – non funziona. E sgombriamo subito il campo da sospetti a sfondo economico: lo faranno mica per i 35 euro al giorno? No, le sistemazioni tramite Refugees Welcome sono a completo carico degli ospitanti. Pura solidarietà.La coppia racconta: «Siamo persone normali, in affitto, senza particolari risorse. Ma avevamo una stanza libera, quella del nostro figlio in affido, che in quel periodo era fuori casa. Abbiamo fatto così. Una sera, radunati a cena gli amici più stretti, circa trenta persone, ci siamo confidati: “Ci piacerebbe accogliere un rifugiato. Noi ci mettiamo la casa, voi ci aiutereste per il suo mantenimento?”. In un batter d’occhio, sono stati raccolti più dei soldi necessari per coprire tutti i sei mesi di ospitalità. È stato bello sentirci supportati e condividere con loro questa esperienza». E così al Pindemonte è arrivato Rashed: poche cose dentro uno zainetto, qualche stentata parola di italiano, e negli occhi neri l’ingenuità dei suoi 19 anni, di cui già tre passati lontano dalla sua patria, il Ghana, prima peregrinando fra diversi Paesi africani, di lavoro in lavoro, per aiutare economicamente la madre vedova e le tre sorelle minori, e infine sbarcando in Italia su una carretta del mare, dove era stato fatto salire con la forza.IL CONFRONTO. «Rashed, ci ha svelato in seguito, non aveva intenzione di venire in Italia», riporta Barbara. «Spostandosi spesso alla ricerca di nuove occupazioni era infine arrivato in Libia. Lì credeva di poter trovare lavoro, invece è caduto prigioniero di scafisti senza scrupoli. Si è imbarcato, sotto minaccia, per salvarsi la pelle. Ma lui, giovanissimo e poco scolarizzato, non aveva la più pallida idea di dove lo stessero portando».Quando il ragazzo è arrivato in casa Valussi-Cei, per restarci dal gennaio al giugno 2017, aveva già passato un lungo periodo in una comunità di prima accoglienza a Padova.Gli era stato quindi riconosciuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari.La convivenza fra il giovane e la coppia veronese, «pur procedendo serenamente, perché Rashed si è rivelato un tipo buono e senza pretese, quasi timido», non è stata proprio come Barbara e Marco se l’erano immaginata. Quest’ultimo spiega: «Peccando di idealismo, pensavamo che un rifugiato dovesse sentire necessariamente il bisogno di integrarsi e di ottenere pari dignità dei cittadini italiani. Ne parlavamo a Rashed, ma non capiva. Lui, in modo disarmante, ci rispondeva che la sua unica preoccupazione era inviare soldi in Ghana per far mangiare la famiglia; niente di più».Marco ammette: «All’inizio ho faticato ad accettare il suo disinteresse per diritti che invece sono basilari, sia per lui e sia per gli altri migranti. Ma convivenza significa soprattutto questo: avvicinarsi a un punto di vista che, per età, provenienza e formazione diverse, contrasta con il proprio».IL LAVORO. E Barbara aggiunge: «Rashed ha trovato subito un impiego come lavapiatti in un ristorante della periferia. Intanto seguiva un corso di italiano e uno da saldatore. Andava e veniva con la sua bicicletta, era soddisfatto. E a casa puliva dappertutto, come per non far pesare la sua presenza. Al termine dei sei mesi, ci ha annunciato di aver trovato una nuova sistemazione a Firenze, da suoi amici africani. Era felice all’idea di rivederli, e noi lo siamo stati per lui. Ora vive e lavora là, e ogni tanto ci sentiamo per telefono».Ripeterebbero l’esperienza? «Senza dubbio. Anzi, prossimamente accoglieremo un altro rifugiato. Intendiamoci: la convivenza con chi è portatore di un’altra cultura è complessa, come lo è il fenomeno migratorio, ma è una grande occasione di crescita», rispondono Barbara e Marco.«Non possiamo stare immobili di fronte alla tragedia delle migliaia di persone che rischiano la vita nel Mediterraneo. Quando c’è qualcuno in difficoltà – qualunque persona – non serve fare tanti ragionamenti. Si dà una mano, ognuno per quel che riesce e si sente. Punto. È una scelta di cui non ci si pente mai».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 13

Data: 2/07/2018

Note: LORENZA COSTANTINO