migranti siriani sbarcati nell'isola di Lesbo in Grecia

 

Celebrata inizialmente nella terza domenica di gennaio, la Giornata del Migrante è stata spostata da Papa Francesco in un primo momento alla seconda domenica di settembre e poi, su richiesta di varie Conferenze episcopali, all’ultima domenica di settembre. Don Giovanni De Robertis, direttore di Migrantes in un’intervista a Radio Vaticana Italia parla di questa Giornata come di un’occasione di incontro.

Ascolta l’intervista a don De Robertis
R. – E’ una Giornata che ha più di un secolo di vita e che è nata proprio per porre attenzione, in un momento in cui dall’Italia partivano tantissimi emigranti – interi paesi si spopolavano, lasciando soltanto vecchi e bambini – mettere l’attenzione del Paese su questa realtà così importante ma anche così drammatica. Da qualche anno, questa Giornata non è più celebrata soltanto dalla Chiesa italiana, ma la Santa Sede l’ha assunta ed è una Giornata che è celebrata in tutto il mondo. E anche le migrazioni sempre più sono un fenomeno globale che coinvolge non solo l’Italia ma, possiamo dire, un po’ tutti i Paesi del mondo.

Il tema scelto da Papa Francesco per quest’anno è “Non si tratta solo di migranti” …

R. – Come più volte il Santo Padre ha ripetuto in questo ultimo anno, non si possono indicare delle persone con un aggettivo. Non sono aggettivi ma sostantivi. Dire migranti individua soltanto un aspetto di queste persone, che però, come tutti noi, sono anche madri, padri, figli, sposi, sono un mondo di affetti, di sogni, di vita. E quindi questo è importante ricordarcelo. Più profondamente vuole dirci che non si tratta soltanto del destino di queste persone, ma in qualche modo anche il nostro destino, il nostro futuro è legato a cosa noi decidiamo davanti a queste persone.

Una Giornata per riflettere, ma anche una Giornata, per i cristiani, per cercare delle risposte …

R. – Io direi anzitutto per incontrarci, perché è quello che manca in gran parte del dibattito pubblico, perchè se ne parla come categorie; invece cambia tutto nel momento in cui si sia avuto un incontro personale, ravvicinato con queste persone. Per questo, un po’ in tutta Italia e in tutto il mondo, la Chiesa cattolica promuove momenti di condivisione della preghiera, ma anche del cibo, ma anche dei pensieri. Io direi che sarebbe bello se ognuno, qualunque fosse la situazione in cui si trova, potesse provare ad ascoltare, ad incontrare qualcuna di queste persone che abitano ormai in tutte le nostre città, in tutti i nostri paesi.

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A proposito di percezione dei migranti e rifugiati nell’attualità non solo nazionale ma anche internazionale, qual è la sua riflessione?

R. – Anzitutto, bisogna sdrammatizzare. Giustamente, a mio avviso, il presidente del Consiglio italiano ultimamente ha detto che bisogna uscire dall’ossessione “porti-chiusi / porti-aperti”. Non assistiamo a un’invasione del nostro Paese, anzi: i numeri ci dicono che se c’è un’emergenza a cui porre attenzione è la fuga dall’Italia, e questa veramente è una cosa drammatica, cioè tantissimi giovani, soprattutto dal Sud, che stanno lasciando pezzi d’Italia disabitati. Quindi non c’è un’emergenza, però bisogna affrontare con razionalità e con impegno perché divenga una ricchezza e non, invece, un ostacolo tutto questo. Quindi non va neanche sottovalutato. E forse il problema in Italia è la cattiva accoglienza, cioè il fatto che troppo spesso queste persone vengono abbandonate a se stesse e a volte diventano anche preda dello sfruttamento e della criminalità.

Don Gianni, il suo augurio per questa Giornata …

R. – Che possiamo scoprire la ricchezza che c’è in ogni essere umano, possiamo vincere quelle paure e quando poi ci si avvicina, ci si accorge che molte di queste paure non hanno ragione di essere.

Tratto da: Città del Vaticano

Data: 29/09/2019

Note: Elvira Ragosta –