La cerimonia in piazza Isolo, allo «Spino del filo spinato» opera di Pino Castagna

IL MONUMENTO VIVE. Cerimonia allo Spino di piazza Isolo per ricordare la Shoah. È la prima, dal 2009, senza Pino Castagna autore del monumento e morto a febbraio
Saletti: «Annunciò l’avvento di assassini». Dario Basevi ha ricordato le disposizioni date agli ebrei nel ghetto di Roma nel ’43
MARIA VITTORIA ADAMI

La cerimonia in piazza Isolo, allo «Spino del filo spinato» opera di Pino Castagna FOTO MARCHIORI

Dario Basevi ha riassunto la carriera dell’amico scultore Castagna
Maria Vittoria Adami La parola «razza» annunciò l’avvento di assassini e orrori. «Che non sia più pronunciata». Con questo monito lo storico Carlo Saletti ha concluso la cerimonia «Il monumento vive», ieri mattina, in piazza Isolo, davanti alla possente opera in bronzo di Pino Castagna, lo «Spino del filo spinato», collocata nel 2009 sul piazzale per volontà di un comitato di cittadini, tra cui Dario Basevi che ci spiega il motivo di quelle pietre spostate alla base del monumento, come fossero state divelte: «Questo è lo spino in collegamento ombelicale con Auschwitz che da là parte per sbucare qui, dal terreno». In netta connessione con quei luoghi, dunque, e con la memoria di un dolore da passare come un testimone di generazione in generazione. Come quelle che ieri si sono intrecciate alla cerimonia per ricordare le vittime della Shoah: anziani, adulti, ma anche diversi bambini accompagnati dai genitori. A voler trovare un piccolo neo, forse la mancanza della generazione di mezzo, dei ragazzi, dei giovani studenti. Ma l’intento della Giornata della memoria, istituita per legge e celebrata a livello internazionale, servirà anche a questo. A investire i giovani della responsabilità di ricordare, quando i testimoni non ci saranno più.È stato il sentimento guida della mattinata. «Davanti a questo doppio nodo di filo spinato, che richiama alla prigionia e alla Shoah, si scelga il silenzio. Le parole non sono efficaci per rendere giustizia a vittime innocenti. Questa scultura faccia riflettere sui valori della pace e della democrazia (conquistate a caro prezzo) le nuove generazioni perché siano promotrici di scambi culturali e veicolino il messaggio che la diversità è una risorsa da valorizzare», ha detto il consigliere comunale Rosario Russo (Battiti Verona domani) aprendo la cerimonia davanti ai cittadini e a don Luca Merlo, il rabbino di Verona Yosef Labi, il presidente della comunità ebraica Bruno Carmi, l’assessore Edi Maria Neri, il deputato uscente Diego Zardini (Pd), il colonnello Marco Simonini dell’esercito e rappresentanti della prefettura. Questo è stato il primo anno di commemorazione senza Pino Castagna, artista morto a febbraio a 85 anni. Lo ha ricordato Basevi ripercorrendo tutti i riconoscimenti e le opere dello scultore affermatosi nel mondo dal suo laboratorio di Costermano: «Una pasta d’uomo, schivo, generoso e grande scultore». Basevi ha distribuito anche un foglio con le terribili disposizioni che alle 6 del 16 ottobre 1943 la polizia distribuì alla popolazione del ghetto di Roma al Portico d’Ottavia: tra le quali quelle di portare gioielli e denaro così come i malati, anche i più gravi, per i quali (l’atroce menzogna) ci sarebbe stata un’infermeria nel campo. «Si intimava di farsi trovare pronti giù dalle scale entro 20 minuti. Sono disposizioni che fanno rabbrividire. Tra le cose, non ci dissero di portare l’acqua. Fu la prima a mancare sui convogli diretti ai campi di concentramento».«Nel 2007», ha concluso Basevi, «ho scritto al Presidente della Repubblica per chiedere che fosse riconosciuta la responsabilità delle istituzioni governative di allora per la stesura delle leggi razziali del 1938. Volevo solo delle scuse, anche per tutti gli internati. Giovedì il Presidente Sergio Mattarella ha espresso le sue scuse per le persecuzioni, gli sono molto grato e noi tutti dobbiamo ringraziarlo». È seguito un applauso che ha anticipato il momento di preghiera di don Luca Merlo, che ha letto il salmo 27, un invito a sperare nel Signore per essere rinfrancati. Labi, al suo fianco, ha letto una preghiera scritta da alcuni rabbini nel Dopoguerra «di ricordo per il passato e per i nostri defunti, ma anche per il futuro». Lo storico Saletti ha ripercorso infine le tappe storiche del 1938 in Europa «anno rovinoso» nel quale maturò il processo razzista che condusse allo sterminio degli ebrei. Un processo che riguardò anche l’Italia, non meno colpevole, e che chiamò a rapporto scienziati, giuristi, ma anche intellettuali («La cultura è la migliore alleata della barbarie»), per costruire il concetto che gli ebrei «non appartenevano alla razza italiana e che non si erano mai assimilati perché non europei». Quel processo culminò con l’atto della massima istituzione italiana: il re Vittorio Emanuele III che firmò le leggi razziali «compiendo un atto vergognoso e vigliacco, tradendo dei cittadini del regno e abbandonandoli», ha concluso Saletti. Ha chiuso la cerimonia il nostalgico violino, in un canto Yiddish scritto per insegnare l’alfabeto ai bambini, suonato da Andrea Testa.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 13

Data: 29/01/2018

Note: MARIA VITTORIA ADAMI -Foto Marchiori