STORIA. Dopo il caso dello stendardo usato dai neonazisti e appeso in una caserma a Firenze

L’Arma non aderì alla Repubblica di Salò: il suo contributo alla Guerra di Liberazione è stato di 2.735 caduti, 32 medaglie d’oro più una alla bandiera

Il contributo dato dai Carabinieri alla Guerra di Liberazione è racchiuso nei numeri del loro sacrificio e del loro valore: 2.735 caduti, 6.521 feriti, una medaglia d’oro alla bandiera dell’Arma, 32 medaglie d’oro al valor militare, 122 d’argento e 208 di bronzo. Imparare a memoria questo elenco sarebbe una bella punizione per il milite che ha disonorato la sua divisa appendendo in una camerata della caserma Baldissera, a Firenze, un vessillo in voga tra le formazioni neonaziste. La stessa punizione meriterebbero i commilitoni e i superiori responsabili di aver tollerato quel comportamento dimenticando che la “Benemerita” è stata l’arma del Regio Esercito ad essersi più impegnata, dopo l’8 settembre 1943, nella lotta contro il nazifascismo. Quella dei Carabinieri è stata la Resistenza di singoli eroi, come Salvo d’Acquisto e i tre «Martiri di Fiesole», Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti, immolatisi per salvare innocenti ostaggi destinati alla fucilazione per rappresaglia, o come i dodici militari dell’Arma, idealmente guidati dal colonnello Giovanni Frignani e dal tenente colonnello Manfredi Talamo, trucidati alle Fosse Ardeatine dopo essere stati prelevati dalle celle dove per settimane erano stati sottoposti a bestiali torture nel vano tentativo di estorcere nomi e informazioni. Ma la Resistenza dei Carabinieri è stata anche capacità di organizzarsi militarmente e di operare clandestinamente in condizioni difficilissime per opporsi all’invasore nazista e ai fascisti di Salò. La lotta iniziò il giorno stesso dell’armistizio con il II Battaglione Allievi Carabinieri e il Gruppo Squadroni Carabinieri «Pastrengo» schierati tra i reparti che combatterono per difendere Roma dall’attacco tedesco. Nelle stesse convulse giornate di settembre, mentre i Carabinieri del VII Battaglione venivano massacrati a Cefalonia insieme ai fanti e agli artiglieri della «Acqui», iniziava la lotta nei Balcani dove, dopo diciotto mesi di lotta, i Carabinieri sopravvissuti saranno 94 su 500. Quando il 7 ottobre i tedeschi disposero che i reparti dell’Arma venissero disciolti e trasferiti in Germania, il «Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri» guidato dal generale Filippo Caruso si saldò definitivamente alle formazioni partigiane alimentando una intensissima e instancabile attività di contrasto alle forze nazifasciste.La banda di Bosco Martese in Abruzzo, la «Brigata Patrioti Piceni» in cui operò anche Carlo Alberto Dalla Chiesa, giovane tenente, la formazione milanese del maggiore Ettore Giovannini, nota come «Carabinieri Patrioti Gerolamo» dal nome di battaglia assunto dall’ufficiale, quella bergamasca del maggiore Giovanni Rusconi, la banda guidata in Toscana dal Carabiniere Vittorio Tassi, la «Compagnia Carabinieri Partigiani» in Valsesia non sono che alcune delle unità nate spontaneamente su impulso di ufficiali, sottufficiali e militi dell’Arma. Le Quattro Giornate di Napoli vedono i Carabinieri in prima linea, mentre quelli del «Fronte Clandestino» romano, attivi fino alla vigilia della liberazione (il generale Caruso, catturato dalle SS, era miracolosamente riuscito a sopravvivere agli aguzzini di Via Tasso) si riuniscono ai loro commilitoni giunti con i reparti dell’esercito del Sud che avevano risalito la penisola combattendo al fianco degli Alleati. Alla liberazione dell’Italia mancavano però ancora undici lunghissimi e sanguinosissimi mesi di battaglie tragicamente animate dal sacrificio dei Carabinieri, come i cento della «Compagnia Carabinieri Partigiani», falcidiati sul monte Grappa dal devastante rastrellamento del settembre 1944 con il loro comandante, il tenente Luigi Giarnieri, impiccato sulla piazza di Crespano dopo due giorni di indicibili torture, terribile monito ai patrioti e alla popolazione che li sosteneva.O come i giovani carabinieri usciti dalla Scuola di Torino e inquadrati nelle brigate partigiane attive nelle valli di Lanzo e del Canavese; dodici di loro, catturati durante un rastrellamento, vennero fucilati il 17 novembre 1944 a Cudine di Corio insieme ad altri ventuno tra civili e partigiani.E poi i combattimenti in Val d’Arda, nel gennaio del 1945, le leggendarie imprese del carabiniere Federico Salvestri, comandante garibaldino della Divisione «Centocroci» col nome di battaglia di «Richetto», e l’infinita serie di atti di valore che su tutti i fronti della Guerra di Liberazione ebbero per protagonisti i Carabinieri inquadrati in unità partigiane, o al loro comando; fino all’insurrezione generale del 25 aprile 1945, con la «Banda Gerolamo» tra le prime a entrare in azione a Milano mentre Piacenza veniva liberata il 28 da una divisione partigiana di «Giustizia e Libertà» agli ordini del tenente Fausto Cossu. Dispiace che questa storia gloriosa rischi di svanire, sommersa dal dilagante oblio. Ma dispiace ancor più registrare come l’ondata di indignazione – purtroppo non unanime – levatasi per l’episodio di Firenze non sia stata accompagnata da una seria analisi dei danni prodotti dall’ignorare il proprio passato e dei pericoli che questa ignoranza può rappresentare per la tenuta democratica delle nostre istituzioni. La fedeltà dei Carabinieri sfida proverbialmente i secoli. Speriamo lo faccia anche la memoria dei loro eroi caduti combattendo il nazifascismo.

Tratto da: L'Arena - cultura- pag. 48

Data: 9/12/2017

Note: Stefano Biguzzi