La chiesa di San Pietro Apostolo in piazza Vittorio Veneto, progettata dall'architetto Bruno Milotti

LA CITTÀ DEL NOVECENTO/6. La svolta dopo il 1963: non solo viene semplificato il rito, ma anche gli spazi si adeguano
Lo «strutturalismo ecclesiale» si afferma nei quartieri. Giacomello Zamarchi, Troiani e Rosa Fauzza sperimentano innovative forme.
Lo spartiacque nella concezione dello spazio sacro è determinato dalla riforma liturgica attuata dal Concilio Vaticano II del 1963. Oltre a un rito semplificato in lingua corrente, le istanze di rinnovamento devono essere tradotte anche in architettura, in primo luogo con la collocazione dell’altare verso l’assemblea, il tabernacolo in posizione laterale e il recupero dell’ambone come secondo polo della liturgia. Ma la riforma muta la percezione dello spazio anche per l’introduzione di mezzi moderni di illuminazione e diffusione del suono, che da un lato eliminano la penombra e dall’altro l’impercettibilità delle formule liturgiche pronunciate a bassa voce. Sono gli stessi anni in cui la Diocesi di Verona promuove la costruzione di numerose chiese nei quartieri della città, in risposta all’aumento considerevole della popolazione che si insedia al di fuori degli abitati storici e necessita di nuovi spazi di aggregazione. Interventi di edilizia ecclesiastica a favore dei quali arriva in aiuto un finanziamento ordinario dello Stato, che affida ai Lavori pubblici il costo di costruzione delle parrocchiali e degli annessi. Un nutrito corpus di chiese sorte fra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento risponde ai canoni di quello che è stato definito «Strutturalismo ecclesiale».Il termine è apparso in un bell’itinerario alla scoperta del territorio, scritto da Federica Guerra e pubblicato sulla rivista «Architettiverona» pubblicata dall’Ordine degli Architetti della provincia di Verona (il direttore è Alberto Vignolo), e sintetizza lo spirito con cui in quel periodo vengono costruiti gli edifici di culto: grandi dimensioni, sebbene tutt’altro che monumentali, con spazialità interne molto dilatate e, all’esterno, una sperimentazione di forme e materiali, su tutti il cemento armato e il mattone, a cui l’architettura civile contemporanea non è ancora arrivata. Uno dei primi esempi è la chiesa di San Pietro Apostolo di Borgo Trento, edificata fra il 1958 e il 1961. La sua costruzione è frutto di un concorso indetto dalla Diocesi, che premia il progetto dell’architetto Bruno Milotti per aver rispettato «i requisiti funzionali, liturgici e ambientali».Infatti la semplicità dell’impianto planimetrico richiama l’essenzialità della chiesa delle origini, con un’unica aula rettangolare molto ampia e una serie di piccole cappelle laterali. È questo edificio di culto a fungere da capofila di una serie di realizzazioni successive, molte delle quali nascono dallo smembramento di altre parrocchie, fra cui le chiese di San Pio X a Borgo Venezia, San Giuseppe in Santa Maria Assunta a Montorio, Santi Angeli Custodi allo Stadio, San Giovanni Evangelista a Santa Lucia e San Benedetto in Valdonega. Vengono tutte costruite nel corso degli anni Sessanta, fino ad arrivare ai primissimi anni Settanta, ad opera di una ristretta cerchia di architetti di cui Gelindo Giacomello, Marcello Zamarchi e Guido Troiani sono i più fertili. Anche se in tema di sperimentazione nell’architettura sacra gli esempi più eclatanti sono le parrocchiali di Gesù Divino Lavoratore a Borgo Roma e Sacra Famiglia alla Genovesa, entrambe progettate da Giacomello: la prima è nota per la sua facciata a capanna in diretta fusione col campanile, l’altra per l’ampia vela a sviluppo curvilineo il cui tema percorre tutta l’architettura moderna. Dagli anni Settanta in avanti l’edificazione di nuovi luoghi di culto subisce una battuta d’arresto, ma quelli che sorgono ex novo non smettono di rifarsi a uno stile essenziale, lineare e privo di sovrastrutture. Da quel momento in poi il nome che più si ripete è quello di Lorenzo Rosa Fauzza, friulano d’origine (nacque in provincia di Pordenone) che aveva iniziato la libera professione a Verona negli anni Cinquanta, dopo una serie di esperienze a Londra e in Germania. Suo, fra gli altri, il progetto della chiesa parrocchiale di Ognissanti, in via Lucio III alla Croce Bianca, che poi verrà realizzata dall’architetto Luciano Zinnamosca.

Tratto da: L'Arena - cultura . pag.57

Data: 9/06/2019

Note: Laura Perina